24 Maggio 2018

Il Collettivo Extratto in residenza per disegnare la mappa del loro “Cartografo”

Intervista di Daniele Laorenza

Una nuova residenza in quel di Castiglioncello. Stavolta ospite ad Armunia il Collettivo Extratto con tutta la formazione al completo: Alessio Trillini, Daniela Scarpari, Giovanni Campolo, Valentina Bischi e Tazio Torrini.

Il Collettivo, nato tra le mura del Teatro Rossi Aperto di Pisa, è in fase di studio sul loro spettacolo “Il Cartografo” e, nel periodo di residenza, hanno continuato il loro percorso creativo affrontando difficoltà e trovando ancora nuovi spunti in questo lavoro che li unisce dal 2015.

Si sono lasciati coinvolgere nella classica chiacchierata di routine per gli artisti ospiti al Castello, ecco qui cosa ne è uscito fuori.

 

INTERVISTA

Da dove nasce Collettivo Extratto?
Giovanni Campolo – Il Collettivo è nato in maniera “strampalata”, dovevamo organizzare al Teatro Rossi Aperto a Pisa la presentazione di un libro di un drammaturgo contemporaneo: Juan Mayorga. Io sono un attivista del Teatro e avevamo contattato un po’ di persone per fare delle letture durante la presentazione tra cui Valentina Bischi e Daniele Scarpari, che già lavorava con Alessio Trillini. E’ nato un amore immediato per questo testo ed è venuto quasi naturale iniziare a lavorare intorno a questa traccia. In seguito abbiamo coinvolto Tazio Torrini con quinto uomo.
Valentina Bischi – E’ stato un po’ un caso ricercato.
Daniela Scarpari – Il Collettivo nasce intorno a questo testo con la volontà di metterlo in scena, non ci siamo aggregati dapprima insieme per poi decidere su cosa lavorare.
Valentina Bischi – E poi nasce intorno ad un luogo: tutti ci conoscevamo fra noi, chi più chi meno, grazie al Teatro Rossi Aperto che è stato fondamentale per l’allestimento e in cui abbiamo presentato una prima versione del lavoro circa due anni fa. Sono tre anni che lavoriamo solamente su questo lavoro anche perché siamo cinque, non siamo pochi, e ogni volta che ci confrontiamo troviamo sempre dei nuovi livelli, più strati da indagare.

Su “Il Cartografo”, nato appunto dal testo di Juan Mayorga, cosa potete dirci?
Valentina Bischi – Come già detto, lo spettacolo presenta subito più livelli, già da una prima lettura della drammaturgia risaltano subito due fasi temporali: una durante la Seconda Guerra Mondiale nel ghetto di Varsavia e la seconda che potrebbe essere nel tempo del “qui e ora”. Questo è un primo livello. Le due storie lontane nel tempo s’intrecciano e questo ci ha subito posti a una prima domanda sul come poterle collegare; qui arriva la funzione necessaria e poetica di Alessio Trillini che si occupa di una parte particolare del progetto.
Alessio Trillini – Io disegno dal vivo. Disegno anche la scenografia principalmente nella parte del passato dello spettacolo, interagendo con gli attori e le attrici. Con l’intreccio delle due storie, il disegno entra nel “presente”per cercare di legarlo al passato e trovare i punti in comune che ci sono tra i personaggi che abitano nelle due epoche.
Valentina Bischi – Abbiamo spostato il passato in una condizione estetica che in realtà è attuale, ad esempio con l’uso di microfoni, di musiche che non sono di contemporanee del periodo.
Giovanni Campolo – La narrazione verte intorno alla ricerca di una presunta mappa utilizzata dagli ebrei del ghetto di Varsavia per scappare da questo prima che i nazisti lo radessero completamente al suolo. La storia che si racconta, quindi, parla in parte di come questa mappa è stata disegnata, ma in parte anche della ricerca di quest’ultima. C’è sempre l’aspetto in cui non si sa quanto c’è di favolistico e quanto di reale. Nell’immediato ci sono questi due piani diegetici che s’intrecciano, poi, però, c’è tutta la parte del simbolico e del metaforico sul significato di cosa rappresenti questa ricerca per la protagonista della storia contemporanea e come questa riguardi il suo benessere personale e psichico. Un altro aspetto è il potere che ha una mappa: cosa si racconta e cosa si nasconde disegnandola. Ci troviamo di fronte, poi, al punto in cui il racconto e il disegno non sono più sufficienti a conseguire determinati obbiettivi in una situazione particolarmente critica come quella affrontata e si arriva fino a un finale che si mantiene ambiguo anche nella scrittura originale di Mayorga, in cui appare un’altra figura femminile che potrebbe essere l’autrice della mappa. Una difficoltà è di tenere all’interno di un teatro che di per se è finzione, la piena ambiguità delle possibili verità di questa storia nella quale bisogna poi decide di credere o no.
Valentina Bischi – Noi abbiamo sempre affermato mentre leggevamo e rileggiamo il testo e scoprendo continuamente intrecci, che questa storia è cinematografica; potendone fare un film si creerebbe una scenografia perfetta. Per noi, il problema è nel riportare il racconto su un palco teatrale. In questo senso il disegno di Alessio non è solo una funzione secondaria ed estetica, è proprio una mappa, un cammino.

Da dove nasce l’idea di unire questa rappresentazione con il disegno, in particolare con il live painting?
Valentina Bischi – Ci stiamo trovando di fronte alla condizione in cui la necessità diventa qualcos’altro, si trasforma. Come dicevamo prima, quando ci siamo trovati davanti al testo e alla questione di avere due piani temporali sfalsati (già la presenza di Alessio era chiara nel progetto) non ci siamo posti la semplice soluzione del disegno, non è stato così semplificativo: cerchiamo di dare a questa possibilità un’occasione altra ed è una continua. Parlo per me, quasi non me l’aspettavo che il disegno potesse svolgere altro diventando attore esso stesso.
Daniela Scarpari – Da una parte il disegno ci poteva aiutare tanto, però c’era il rischio che diventasse il tutto molto didascalico e ovvio.
Valentina Bischi – Un aneddoto carino è stato l’incontro con l’autore del testo drammaturgico che ci ha proprio posto delle domande sul come realizzavamo determinati passaggi perché questo testo è veramente complesso e nessuno l’aveva mai messo in scena se non lui l’anno scorso e noi prima di lui.
Giovanni Campolo – Ad esempio, noi siamo quattro attori mentre nel testo ci sono diverse figure, alcune sovrapposizioni, ecc. e “i conti non tornano”, per questo ci ha domandato come affrontavamo alcuni passaggi. Il drammaturgo aveva già formulato un’ipotesi d’idea che per noi era anche un po’ ovvia: il diaframma di passaggio tra il teatro e la cartografia è la legenda (lo specchietto in cui sono trascritti i significati dei simboli) quindi elementi minimi che vanno a indicare la caratterizzazione di un determinato personaggio e il drammaturgo alla fine ha usato proprio questo espediente nel suo allestimento dello spettacolo. Noi, con il disegno, abbiamo voluto rielaborare il concetto. Nel nostro lavoro, il disegno non è mai quindi un semplice elemento grafico che appare sullo sfondo. Ci sono rimandi a Mirò, Kandinsky e Picasso: le sollecitazioni dell’anziano cartografo alla nipote vanno nella direzione di quel disegno più onirico alla Mirò, diventando più astratto e più preciso come quello di Kandinsky e, quando la cartografia non è più sufficiente, si arriva a Picasso. Questi sono stati sostanzialmente i passaggi.

Nella descrizione del vostro lavoro ho notato che è presente una relazione tra assenza-presenza e la memoria. Cosa significa?
Alessio Trillini – Questa relazione è legata al fatto che il drammaturgo, scrivendo questo testo, ha colto un aspetto della città di Varsavia: molti edifici che erano appartenuti al ghetto o anche il perimetro stesso del ghetto, in qualche modo non sono presenti, ma rimane comunque la memoria di quello che è stato, di quello che è accaduto.
Daniela Scarpari – Questo riguardo a una vicenda pubblica. Nella sfera personale si pone il come le assenze continuano a essere presenti. In questa storia si unisce appunto la vicenda personale di una perdita e una vicenda collettiva.
Tazio Torrini – Infatti l’autore, nell’incontro avuto, affrontò anche il discorso di quello che era il confronto tra la tragedia personale – privata e la tragedia collettiva – storica e di come questi due aspetti entrano in dialogo e risuonino.
Valentina Bischi – Un’altra cosa interessante riguarda la drammaturgia spagnola che, trovandosi molto vicina temporalmente alla dittatura avuta in Spagna, non tratta direttamente di quest’ultima ma parla di altre situazioni per raccontare il dolore, le perdite, le assenze dovute a quel periodo storico. Nel nostro lavoro c’è però un punto importante: il nostro intento non è quello di portare in scena un dramma sulle persecuzioni degli ebrei, anzi, cerchiamo continuamente il modo di non calcare la mano su quest’aspetto. Il testo è altro, si cura di un’assenza che è generale e atemporale e per questo la vicenda personale è molto importante.
Tazio Torrini – Nel finale è presente una battuta che fa un’osservazione molto significativa in cui la presunta anziana cartografa ex-bambina del ghetto, nel momento in cui incontra la protagonista dell’oggi che sta affrontando la sua ricerca, afferma che il vero motivo della ricerca della protagonista è in verità qualcosa di altro, sta cercando risposte personali in una dimensione storica. Questo riflette molto spesso il rapporto che abbiamo con le vicende storiche: commemoriamo alcuni avvenimenti ormai consegnati alla storia con riti collettivi che esulano dagli eventi stessi perché si cercano risposte personali.

Cambiando discorso, com’è andata la vostra residenza in quel di Castiglioncello?
Tazio Torrini – Un tecnico di Armunia, a una Compagnia che gli chiese dei materiali, disse: “Ragazzi, non vi preoccupate, c’è tanto mare! Se proprio non sapete come fare le prove oggi, andate sul mare!”. Battute a parte, Castiglioncello è una realtà peculiare e noi siamo contentissimi di essere qui, ci sentiamo dei privilegiati. Questa residenza ci ha offerto anche una difficoltà che si è poi tradotta in un’opportunità: non avendo a disposizione un tecnico che potesse seguirci sempre, ci siamo inventati la trovata di diventare noi stessi attori e tecnici allo stesso tempo alternandoci alla regia durante lo spettacolo. Infatti, il tavolo della regia è sul palco, a vista, perché appunto gli attori quando non sono ufficialmente in scena, lo sono in un’altra veste. Una soluzione che fa parte della ricerca teatrale, sicuramente più scomoda ma altrettanto stimolante. Una difficoltà che costringere a rimanere svegli, attivi ed è legato all’essenza stessa del fare l’attore: risultare quello che sei qui e ora.
Valentina Bischi – Questo aspetto assomiglia molto a com’è nato il Collettivo; una cosa che è casuale, ma non proprio. Un caso che diventa necessità, che poi si trasforma a sua volta ma non in modo forzato.

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