11 giugno 2018

Silvia Pasello e il suo collettivo declinato al femminile

Intervista di Benedetta Pratelli

Di tutti gli istanti è il titolo del nuovo progetto che Silvia Pasello sta portando avanti insieme ad altre artiste, tra cui Caterina Simonelli e Silvia Rubes, e che debutterà il 5 luglio a Inequilibrio XXI. Le abbiamo intervistate durante la loro residenza ad Armunia: un collettivo di sole donne che insieme lavorano e vivono il teatro, senza una regia definita, ma in un’ottica di viva collaborazione e condivisione artistica.

Come si legge nelle vostre presentazioni, voi siete un gruppo di sole donne senza un regia. Come è nato questo progetto? È la prima volta che lavorate insieme
Silvia Pasello: Insieme no, ma ci conosciamo da molto tempo. Con Silvia professionalmente da tantissimi anni, abbiamo lavorato a Pontedera; con Caterina la conoscenza è più recente; con Valeria ho lavorato su dei miei progetti indipendenti. A un certo punto, circa due anni fa, io ho sentito la necessità non tanto di formare un gruppo ma di affrontare una questione che riguardava proprio le relazioni, insieme ad altre persone, partendo proprio dalle relazioni di lavoro. É una questione che io sento abbastanza urgente in questo momento, ovvero il fatto che il modo di fare teatro, di produrre teatro è diventato molto disattento alle modalità relazionali, per cui è diventato meccanico, automatico. Questo per me è un problema rispetto alla vitalità del teatro stesso ed ho sentito l’esigenza di incontrare di nuovo le persone e l’ho fatto con chi sapevo condividere questa necessità.

Ci siamo incontrate e inizialmente abbiamo posto in mezzo come oggetto di lavoro il testo Savannah Bay di Marguerite Duras, ma non ci siamo incontrate per produrre uno spettacolo: ci siamo incontrate per riscoprire delle relazioni di lavoro tra di noi.

Con la difficoltà che un progetto del genere porta con sé, cioè il fatto che ognuna di noi deve sopravvivere, lavorare in contesti che diano qualche soldo per poter vivere, purtroppo non abbiamo potuto avere una continuità, ma nonostante questo abbiamo resistito, nel senso che anche in modo sporadico abbiamo mantenuto una continuità nel tempo, ci siamo incontrate usando le residenze come luogo di ospitalità che accogliesse questo tipo di progetto. E quindi a un certo punto lavorando intorno al testo della Duras, più come un materiale suscitatore di domande e di domande in teatro, Silvia Rubes ha praticamente riscritto il testo e da lì è partita anche un’idea di scena, un’idea performativa, che alla fine ha fatto apparire questa cosa che andremo a presentare al festival. So che il lavoro sarà visto come uno spettacolo ma per noi continua ad essere un incontro tra di noi: il testo l’abbiamo cambiato anche oggi, tutte le volte ci lavoriamo senza l’idea che dovrà andare in scena. Poi dovrà andare in scena e chiaramente ci occuperemo anche di questo, però sostanzialmente la priorità per noi è ritrovare questa vivacità dell’incontro.

Potremmo parlare di un collettivo…
Silvia Pasello: Sì, un collettivo perché non c’è una regia anche se c’è Silvia Rubes che si è occupata principalmente della drammaturgia. In scena siamo io e Caterina Simonelli, per cui Silvia è fuori ed ha uno sguardo esterno ma non è la regia: il suo sguardo è un feedback e poi ne parliamo insieme. Finora ha funzionato, io per esempio ho fatto delle esperienze collettive disastrose ma in questo caso è molto naturale. La cosa che mi ha colpito molto nel nostro lavoro è che questo avviene naturalmente, non lo sento una forzatura, non sento che nessuno è costretto in un ruolo e quindi a me piace. Quello che mi auguro è che questa cosa possa continuare come progetto di lavoro. Dal momento in cui si presenta come uno spettacolo l’interesse va sul fatto che piaccia o non piaccia, diventa un prodotto. Mentre per noi la cosa importante è di poter continuare il lavoro, questo tipo di incontro e di poterlo allargare con delle forme di laboratorio.

Silvia PaselloSilvia Rubes: Quello che abbiamo cercato di fare è provare a mettere in discussione un po’ tutto quello che già conoscevamo del teatro e anche questa nostra parte di lavoro sul testo è stata abbastanza articolata come produzione. Siamo arrivate a questo dopo vari tentativi, cercando di scoprire quale fosse il modo migliore di lavorare su una materia molto difficile e molto delicata: riuscire a costruire un testo e quindi una drammaturgia insieme al lavoro dell’azione, non avendone uno pronto. Questo è ciò che abbiamo messo in atto a livello di “artigianato”. Il testo della Duras ci ha ispirato e ha dato il via a questa possibilità di linguaggio e di esso è rimasto alla fine veramente poco: alcuni riferimenti, ma soprattutto è rimasto il personaggio strappato dal testo della Duras, fatto vivere nei panni di Silvia Pasello, cercando di trovare tutte le convergenze con la sua storia teatrale. Una delle due protagoniste di questo testo della Duras è questa vecchia attrice: l’abbiamo ricalibrata e ripensata all’interno della storia teatrale di Silvia e sta dando e continua a dare allo spettacolo, ma anche professionalmente, al livello relazionale, molto materiale.

Se doveste spiegarmi senza svelare troppo di cosa parla questo spettacolo?
Silvia Rubes: Quello che abbiamo fatto è mantenere una storia, cercando di lavorare su una retorica, un linguaggio, una possibilità di racconto che non fosse quello che un testo, come quello che ho scritto, poteva dare. Se leggi soltanto il testo sembra una  pièce di teatro: ci sono due che parlano in un’intervista, c’è una giornalista che intervista un’attrice e la fa parlare in qualche modo del suo passato, c’è qualcosa che viene svelato mano a mano. Abbiamo lavorato anche su un climaparticolare… Caterina ci scherza sempre su questa cosa: dice che è un thriller [ride]. Questa è una cosa che è uscita senza che noi la cercassimo: si è creato questo clima molto teso e sembra che debba succedere qualcosa… stiamo lavorando su questo. Ci sono poi le foto, che sono tutte parti della storia teatrale di Silvia Pasello.

Quindi c’è una compresenza tra il testo originale e la biografia di Silvia Pasello… soltanto di Silvia?
Silvia Rubes: Si

Caterina Simonelli: Non c’è un rimando diretto però, è una cosa traslata, non è che si parla degli spettacoli di Silvia.

Silvia PaselloHo letto proprio in questi giorni una raccolta di scritti dedicata al teatro degli anni Settanta [E. G. Bargiacchi, R. Sacchettini, Cento storie sul filo della memoria, 2017], e al suo interno c’è una riflessione di Roberto Bacci proprio sul fatto che in quegli anni tutto ciò che si faceva al livello teatrale era una novità. Cosa vuol dire fare teatro oggi? Tu, Silvia, hai detto poco fa che senti l’esigenza di provare qualcosa di nuovo…
Silvia Pasello: Ma anche di recuperare le cose.. infatti questo progetto è nato da me anche con una specie di nostalgia. Questa parola è molto pericolosa però. Io sono stata molto fortunata perché ho attraversato un periodo legato alla formazione in cui c’era molta vitalità nel teatro, moltissima. Io sono cresciuta così, mi sono formata così, formando la mia idea, la mia visione di teatro su questo. E a un certo punto è come se tutto questo fosse scomparso, ma non è possibile che sia scomparso o meglio, ci sono dei motivi molto concreti per cui ciò è avvenuto, che sono i tempi di produzione, le istituzioni produttive…

Noi siamo a Castiglioncello, che è rimasta un’isola in cui, naturalmente con mezzi ridotti, poveri, vengono ancora accolti gli artisti per cercare qualcosa: non perché hanno già qualcosa, ma perché stanno cercando qualcosa. Quindi c’è ancora la possibilità di un tempo che nel teatro non esiste più, di un tempo sprecato. Per noi è stato questo: avere la possibilità di sprecare tempo. E forse a questo si riferisce Roberto Bacci, cioè al fatto che con questi ritmi, con questo tempo, non puoi che fare quello che già sai. Lo fai al meglio possibile, lo confezioni al meglio possibile ma è già saputo.

Niente di nuovo: in questo senso?
Silvia Pasello: Sì, ma non perché debba essere originale, ma perché in questo modo io ho tempo per rispondere a delle domande, che la pratica del teatro mi pone: il linguaggio mi pone delle domande e dopo, ognuno con la sua età, con la sua esperienza, risponde e fornisce un materiale. Se questo tempo non c’è, è impossibile e questo per me è evidente. Allora il nostro tentativo, seppur piccolo, apre a questa possibilità. Forse non porterà da nessuna parte e neanche ci interessa, ma l’obiettivo  è mantenere vivo qualcosa, una fiammella. Arriveranno, mi auguro, tempi migliori in cui allora questa fiammella ci sarà e potrà diventare anche un fuoco. Questo riguarda noi ma anche gli artisti e colleghi che conosco e che amo: ce ne sono parecchi che hanno questa questione viva e che cercano in qualche modo delle strade. Purtroppo in questo momento queste strade sono secondarie, lontane dal teatro, ma ci sono.

Silvia Rubes:  Io capisco Silvia, che ha vissuto come diceva lei, in modo forse fortunato, un periodo di grande contrarietà nel teatro. C’è veramente della nostalgia, e nella nostalgia mettiamo anche l’idea di un ritorno, un ritorno verso la modalità. Siamo di generazioni diverse tutte e tre: io ho già vissuto un riflesso del lavoro che avevano fatto loro negli anni Settanta, in un altro modo. Penso sia un dato oggettivo che siamo in una fase in cui tutto quello che avevamo dato per scontato, che si era dato per possibile in certi ambiti, in una certa epoca, non lo è più. Quindi per chi ha lavorato tutta la vita in una dimensione di ricerca con l’attitudine, l’atteggiamento e la passione di non dare mai niente per scontato, trovarsi in una modalità di lavoro come adesso va per la maggiore, può essere difficile, anche doloroso.

Silvia Pasello: Infatti non è tanto il ritorno, la nostalgia, perché il teatro per me non è nella dimensione storica, per me il teatro con il tempo non ha niente a che fare. C’è una specie di permanenza: quello che è nella sua essenza come linguaggio è qualcosa che è permanente, quindi non si torna proprio a un bel niente, semplicemente lo si riconosce.

Un linguaggio perenne che a volte può affievolirsi…
Silvia Pasello:  Sì, non sono le forme, ma è l’accadimento. Definizioni se ne possono dare moltissime ma il teatro è una macchina per vedere, per me è proprio questo: non ha tempo, non ha una forma… Le forme sono moltissime.

Silvia PaselloCaterina Simonelli: Le forme sono contingenti al tipo di abitudine, di modalità, però sicuramente quando accade qualcosa c’è un atto di riconoscimento. Le forme però sono anche depauperate e magari stigmatizzate, perché non hai esperito quegli incontri, quella vivacità. Penso per esempio ai ragazzi di sedici anni, che non hanno conosciuto e forse non vedranno mai un video di Carmelo Bene,  perché non avranno un senso che gli permetterà di accedere e relazionarsi a “quella roba” lì. Però in qualche modo “quella roba” è sotto, poi magari viene riscoperta, riaffiora, come una specie di fiume carsico.

Prima, Silvia, hai detto che voi vi trovate e riuscite a progettare grazie alle residenze. Qual’è la vostra definizione di residenza artistica?
Caterina Simonelli: La residenza è un domicilio [ride]
La residenza è un’occasione di arrivo da una valanga di cosa fare. Quando arrivo qua a Castiglioncello è come se ad un certo punto chiudessi la porta e lasciassi tutto fuori: finalmente riesci a vedere in faccia le persone. Il mio lavoro si tratta di questo ed è veramente legato al tempo perso, che non è utile in un’ottica di risultato, successo, utilità, ma è qualcosa che sta al di fuori di una logica di questo tipo. A me succede anche una cosa strana: non mi interessa il risultato (andrà bene, andrà male, andrà…), ma il tempo delle prove mi crea un terrore diverso dal solito, perché per la prima volta mi accade di perdermi.

Si ritorna a un discorso legato al tempo…
Silvia Pasello: La residenza è tempo perso! Un tempo perso in un’ottica di successo o di sviluppo del lavoro, però è un tempo regalato ad un lavoro diverso.

Caterina Simonelli: Al processo. Poi in relazione al discorso delle generazioni diverse, per me questo è un processo di crescita, io sto facendo scuola, imparo un sacco di cose e imparo in una modalità diversa dal solito. Io guardo come lavora Silvia Pasello, come lavora Valeria Foti, come Silvia Rubes compone il testo…
Ci raccontiamo storie parallele: questa cosa è mutante, è instabile, ed  è un’instabilità legata alla vita.

Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro debutto a Inequilibrio? O meglio: cosa vi aspettate voi dal festival? Prima parlavate di un lavoro che in realtà non sarà per voi un vero e proprio spettacolo…
Silvia Rubes: No, sarà una spettacolo ma nel senso che il contratto che abbiamo fatto tra di noi è un contratto etico e non riguarda questo lavoro come la fine. È un gruppo di lavoro che vuol continuare a lavorare insieme accettando tutti i rischi di questa decisione.

Caterina Simonelli: Io non so cosa mi aspetto. Ho voglia di vedere l’effetto che fa questo lavoro davanti ad un pubblico. Abbiamo anche lavorato con questo medium della telecamera, che per me è una cosa nuovissima e mi incuriosisce, è un linguaggio nuovo.

Immagino che debuttare a un festival presupponga anche per l’artista una dimensione diversa da quella del teatro, forse più aperta e forse più adatta a progetti come il vostro.
Silvia Rubes: La realtà di Armunia è piuttosto viva, così come è vivo il confronto. Non penso tanto al fatto di confrontarsi sul lavoro ma confrontarsi su questo spazio, su questa modalità che è interessante, aperta. Mi sembra di poter dire aperta, riassumendo in qualche modo le sensazioni che trasmette: c’è una forma di apertura.

Poi la cosa bella è che qui non sappiamo cosa ci aspetta. In una produzione normalmente lo sai: tre mesi di prove, debutto, tourné, quando c’è, eccetera. Qui invece non sappiamo niente, per come sono fatta io, come artista, mi va benissimo.

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