18 giugno 2018

La danza di Sina Saberi ad Inequilibrio XXI, tra contemporaneità e tradizione

Intervista di Benedetta Pratelli

Attualmente in residenza a Castiglioncello, Sina Saberi sarà uno degli ospiti di Inequilibrio XXI per il Focus 2018 Young Mediterranean choreographers. In questa intervista l’artista iraniano ci ha raccontato come si è sviluppato il suo percorso artistico: abbiamo parlato del ruolo che la danza ha in Iran e della sua importanza come mezzo di comunicazione.

Sina Saberi - foto di Antonio FicaiSina il tuo avvicinamento alla danza è relativamente recente, come è nata questa passione e perché?
S: Prima di avvicinarmi alla danza lavoravo per l’agenzia di rifugiati delle Nazioni Unite, in un progetto dedicato a raccogliere le testimonianze di giovani rifugiati afghani per ottenere maggiore supporto dai diversi paesi. Credevo che lavorando lì avrei potuto cambiare molte cose nel mondo, ma in realtà passavo semplicemente otto ore al giorno dietro a una scrivania e dopo tre mesi ho realizzato che non stavo facendo niente per l’umanità. Indossare bei vestiti ogni giorno, andare in ufficio..di questo si trattava: salvare il mondo bevendosi il proprio caffè!

Mentre studiavo letteratura mi ero appassionato al teatro e così in quel periodo, per combattere la depressione e l’infelicità derivata dal mio lavoro, decisi  di provare un corso di teatro per divertimento, per imparare qualcosa di nuovo. Lì ho realizzato che amavo quest’arte e che in quel modo avrei potuto trovare qualcosa di veramente adatto a me. Un mese prima che il mio contratto alle Nazione Unite finisse l’insegnante del corso mi chiamò e mi propose di collaborare a un nuovo progetto teatrale, che stava realizzando sul tema gender, al cui interno era presente un personaggio perfetto per me. Decisi di accettare e da lì è iniziato tutto.

Partecipare a un progetto sul tema gender in Iran nel 2012 era una cosa molto rischiosa, ma sentivo di averne bisogno e la prima sera che andammo in scena per me è stato tutto improvvisamente chiaro.

Per tutta la vita avevo cercato questo. Essere lì, mostrare quel progetto, aveva per me un valore umanitario molto più forte del lavorare per le Nazioni Unite. Da quel momento in poi ho iniziato a focalizzarmi sulle arti performative e in particolare sul teatro fisico.

Un giorno vennì a sapere che Atefeh Tehrani, una regista molto conosciuta in Iran, stava facendo un’audizione per una nuova opera. Tehrani nel 2009 aveva messo in scena un “Otello” senza dialoghi e la compagnia era stata invitata in alcuni festival europei, fino ad arrivare al festival olandese “Dancing on the edge”, in cui per la prima volta il termine danza era stato associato alla coreografa. Quando il gruppo tornò in Iran tutti furono arrestati e a lei fu proibita per sei anni la possibilità di realizzazione altri lavori: non ufficialmente ma tutto ciò che faceva veniva bloccato.

Quindi nel 2013 Atefeh Tehrani stava cercando un artista maschile e decisi di presentarmi pur non avendo esperienza. Entrai in compagnia ed ero molto confuso, ma il lavoro sembrava interessante: era come se loro conoscessero qualcosa che io non sapevo e lentamente iniziai a capire. Di volta in volta facevo domande e una volta mi dissero: “Noi stiamo utilizzando le tecniche della danza contemporanea”. Ho iniziato a cercare su internet e mi si è aperto un mondo: ho conosciuto Pina Bausch, William Forsythe, Steve Paxton e tutti questi quaranta, cinquanta anni di lavoro che in Occidente erano chiamati danza contemporanea e che io non avevo potuto conoscere poiché in Iran la danza era diventata illegale dopo la rivoluzione islamica.

Ho studiato insieme ad altri artisti come me, imparando molte tecniche occidentali, ma dopo un po’ di tempo ho iniziato a capire che anche se avessi imparato perfettamente la tecnica di Pina o di Forsythe non mi sarei mai potuto identificare con essa, perché nessuno dei miei antenati si muoveva così. Potevo copiare il movimento, forse, ma per me non significava niente. Così insieme ad altri artisti iniziammo una nostra personale ricerca, praticando le antiche danze persiane (più di cinquanta tipi diverse), che nel momento della rivoluzione erano state tutto proibite e soltanto alcune di esse erano sopravvissute come pratica in alcune occasioni sociali, non come forma d’arte. Abbiamo così scovato danzatori in ogni angolo dell’Iran e li abbiamo portati negli studi: la maggior parte di essi erano danzatori “organici”, non sapevano come insegnare i loro movimenti ma sapevano soltanto mostrarceli. In quel modo siamo comunque riusciti a capire quale strada intraprendere.

Un anno e mezzo dopo ciascuno di noi aveva pronto un assolo: decidemmo di mostrarli al pubblico ma poiché era illegale abbiamo iniziato a chiederci quale termine avremmo potuto utilizzare per definire quello che facevamo omettendo la parola “danza”. Essendo affascinato dall’utilizzo delle parole alla fine pensai a “body movement”, con cui possiamo intendere il movimento del corpo ma allo stesso tempo un movimento inteso come pratica di attivismo per riportare indietro il corpo in scena: poteva avere molteplici sensi. Furono tutti d’accordo e poiché in Iran ogni volta che vuoi mettere in scena qualsiasi tipo di performance in pubblico devi prima avere il permesso da parte del Ministero della Cultura, nel marzo 2016 riunimmo in nostri otto lavori e li mostrammo in commissione: nel nostro caso la cosa sorprendente è stata che quando abbiamo mostrato il nostro lavoro la commissione non fece commenti particolari riguardo al fatto che fosse ovviamente danza, ma si limitò a dire “non capiamo molto bene cosa fate e crediamo che questo lavoro non risulterà interessante per il pubblico, ma ci rendiamo conto che c’è dietro un grande impegno”.

Organizzammo quindi gli spettacoli e i giornali scrissero che “per la prima volta dopo la rivoluzione islamica era stato organizzato in Iran il primo festival sul movimento del corpo”: Ricevemmo molta attenzione e vennero molti spettatori. Qualche tempo dopo fu organizzato il Fajr (festival ufficiale delle arti e della musica, ma non della danza!) e fu deciso che gli artisti che nell’anno precedente avevano ottenuto maggior successo in ogni parte dell’Iran sarebbero stati liberi di esibirsi nuovamente in quella occasione. Quindi noi portammo quattro dei nostri lavori e lì, essendo presente un pubblico internazionale, ci videro alcuni direttori artistici stranieri, che poi ci hanno invitato successivamente in Europa. Siamo stati prima a Beirut dove abbiamo poi incontrato operatori da Germania, Francia, Italia, Spagna. Le nostre performance hanno trasmesso l’immagine che ci fosse danza contemporanea anche in Iran ma, se vogliamo categorizzare questi lavori in qualche modo, in realtà credo siano qualcosa di diverso dalla danza contemporanea: per me si tratta soprattutto di una ricerca sul movimento, unito agli aspetti della danza, a ciò che può essere definito rituale, al teatro talvolta… È una pratica specifica che unisce molti elementi diversi.

Sina Saberi - foto di Antonio FicaiIn che modo secondo te la danza può rispondere a un’urgenza comunicativa nella società contemporanea. Come ti sembra la risposta del pubblico, ricevi feedback positivi?
S: C’è molto interesse verso la danza in Iran, perché prima dell’avvento dell’Islam molte pratiche in Persia avvenivano in forma di rituale corporeo. Probabilmente la danza è nel sangue delle persone, che hanno comunque danzato in privato in questi quarant’anni. La danza è viva: è diventata illegale soltanto in quanto forma d’arte. E credo che le persone oggi siano assetate di danza: ne sentono la mancanza e non appena la vedono subito vogliono dissetarsi con essa. Sta succedendo qualcosa in Iran e adesso ogni volta che c’è uno spettacolo di danza in qualsiasi angolo del paese è pieno di pubblico. Nel caso del teatro o del cinema se mandi un’opera al ministero loro possono leggerla ed eventualmente tagliarne delle parti, ma con la danza non puoi fare niente: è lì, è viva e mostra la sua magia.

Avete anche fatto dei duetti con donne e uomini in scena…
S: Si, abbiamo fatto molti lavori in coppia e anche coreografie di gruppo. In Iran realizzare lavori in cui sono compresenti maschi e femmine è abbastanza complicato, ma per esempio con la performance di Omar Rajeh “Zaafaran” è successo qualcosa di straordinario.

In questa performance sono presenti in scena tre artisti, due danzatori e un musicista, che si muovono su un tappeto persiano. È una storia di passione, attrazione, sessualità e amore tra un uomo e una donna e c’è una parte della coreografa in cui i due danzatori sono vicinissimi e le loro labbra quasi si sfiorano. Volendo mostrare questo spettacolo a Teheran e ottenere quindi il permesso del Ministero abbiamo creato una versione differente in cui tutte le parti in cui i danzatori erano molto vicini sono state ricreate esattamento allo stesso modo ma a distanza e la cosa meravigliosa è stata che in realtà la seconda versione è risultata più interessante della prima. Non era più mostrato l’ovvio: ragazza e ragazzo se ne stavano a distanza ma c’era una tale energia tra loro che la scena risultava ancora più attraente.

Ecco che un limite è diventato un punto di partenza nel nostro processo creativo.

Mi sembra di aver capito che sei molto legato alla religione zoroastriana. Che importanza ha l’aspetto rituale nel tuo processo creativo?
S: Una grande importanza, perché la vita quotidiana di ogni persiano è piena di rituali che ci portiamo avanti dal passato. Lo spettacolo ‘Damnoosh’ rappresenta proprio un semplice atto quotidiano della mia vita ovvero la preparazione del tè. Anche in Italia il caffè è un rituale ma avviene in maniera rapida, rispondendo secondo me quasi a un’esigenza capitalistica, mentre nella cultura orientale tutto ha un carattere più meditativo: devi uscire, cercare le erbe, mescolarle insieme, aspettare. Servono venti minuti per preparare un tè ed è un rituale veramente pieno di passione. Prima dell’avvento dell’Islam c’erano molti rituali zoroastriani in Persia, sono nel nostro dna anche se li abbiamo dimenticati e ne facciamo sempre meno.

Durante i miei viaggi ho visto che in Europa gli aspetti rituali sono diventati molto attraenti nelle arti performative: puoi trovare molti spettacoli che hanno a che fare con il rito, ma la maggior parte di essi riguardano riti personali, individuali, mentre nell’antichità i rituali erano piuttosto un’esperienza collettiva, relativa allo stare insieme. Questo è il motivo per cui i rituali stanno scomparendo in Iran, perché sono il simbolo di un potere collettivo che potrebbe cambiare le cose, un qualcosa di rivoluzionario: quindi lasciano che la popolazione se ne dimentichi, che se ne liberi…

Nel mio lavoro io dipendo moltissimo dai rituali, credo nel loro potere e credo che gli spettacoli di arte performativa nel momento dell’incontro con il pubblico siano già un momento di comunione. Ecco perché nelle mie performance cerco di portare in scena dei rituali che mi permettano anche di entrare in comunione con il pubblico. Utilizzo spesso i quattro elementi, aria, terra, acqua e fuoco, perché mi aiutano a connettermi meglio con la Terra. Infine credo che i rituali siano importanti soprattutto oggi perché nella cultura occidentale c’è troppa individualità, che porta inevitabilmente alla solitudine.

L’ultima domanda riguarda le residenze artistiche: che cos’è per te una residenza artistica? Che importanza ha?
S:
Non amo molto quando vengo definito “il danzatore che proviene dall’Iran”, forse perché mi sembra che in questo modo anche se facessi un brutto lavoro sarei comunque accolto come “il danzatore esotico”. Dico questo perché a volte durante le residenze mi sento in qualche modo forzato, quando magari ti dicono: “ok, noi ti ospitiamo qui per due settimane, tu lavora; lavora con questo artista che viene da là, e mostraci qualcosa”.

Sarò molto onesto con te: per me una perfetta residenza è un momento di riflessione in un contesto differente da quello a cui sono abituato. Nella mia città conosco gli alberi, le montagne, lo spazio: lavoro là e apporto là dei cambiamenti. Ma c’è qualcosa in quello spazio che non mi permette di sentirmi libero nel mio processo creativo. Quindi per me la perfetta residenza è un momento fuori dal mio contesto usuale in cui posso avere la libertà di fare ricerca senza aspettative di produzione.

 

(Traduzione a cura di Silvia Gussoni)

Intervista a Sina Saberi Armunia Inequilibrio XXI [ENG]

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