2 luglio 2018

Carmelo Alù porta in scena Jon Fosse con un’identità italiana

Intervista di Alessandro Leoncini

Carmelo Alù è un giovane attore e regista in residenza artistica al Castello Pasquini per lavorare sull’opera che presenterà alla ventunesima edizione del festival INEQUILIBRIO dal titolo Cani morti. L’opera è tratta da The dead dogs testo teatrale dell’autore norvegese Jon Fosse. Carmelo Alù ha vinto, con questa sua interpretazione di Fosse la prima edizione del progetto Davanti al pubblico indetto dal Teatro Metastasio di Prato. Ho avuto modo di fare una breve chiacchierata con il giovane regista che mi ha parlato dello spettacolo, della sua passione per Jon Fosse e della sua idea di teatro.

Carmelo Alù - Armunia Inequilibrio XXI - foto di Antonio FicaiCome hai scelto di mettere in scena Dead Dogs di Jon Fosse?
La scintilla è scattata perché stavo cercando un autore contemporaneo vivente ed europeo che affrontasse dei temi vicini a me, a quello che mi piace, è stata una questione di gusto, di innamoramento. La scintilla è scoccata  anche perché tendo a mettere al primo posto il lavoro degli attori e questi sono testi che veramente non hanno senso se non vengono messi in scena. Inoltre Jon Fosse ha un tipo di scrittura frammentata, piccolissima, tutto a “mozzichi e bocconi” quindi non era facile anche la sola lettura perché servivano proprio gli attori. Quindi mi sono  detto: “Okay, se servono gli attori vuol dire che è un buon testo teatrale”

In altri tuoi  lavori hai ricoperto sia il ruolo di regista che quello di attore, farai lo stesso in Cani morti?
In questa messa in scena sono solo regista. Mi sono formato sia come attore che come regista, anche per questo tendo sempre a concentrarmi particolarmente sul lavoro dell’attore. E’ questo che mi interessa nella regia: il lavoro con gli attori è l’elemento con cui cerco il contatto con il pubblico.

Di cosa tratta questa tua interpretazione del testo dell’autore norvegese?
Jon Fosse stesso dice che non ama parlare di temi, gli piace raccontare delle storie che poi ognuno è libero di interpretare che siano attori, registi o spettatori.
Io non voglio fare una parodia di quello che noi crediamo sia il mondo scandinavo, non voglio restituire al pubblico qualcosa di freddo, non dobbiamo rinunciare a quello che siamo.
Miro a portare in scena il testo di Fosse con un’identità nostra: mia e degli attori.
Il rischio dei testi che parlano dell’ambiente famiglia, dei rapporti familiari, del tempo che passa è che dopo un po’  si cade nell’idea tipica del teatro naturalista del pubblico che spia. Oggi siamo oltre quest’idea, la cosa bella è che stiamo tornando ad andare a teatro coscienti di essere a teatro.
Sono dell’idea di usare poco scenografie e luci: rendiamoci conto che stiamo raccontando una storia e stiamo condividendo lo stesso tempo e lo stesso spazio con il pubblico usandoli diversamente, senza volerlo “instudipidire”. Io sono sicuro che lo spettatore non sia stupido, ha un’immaginazione, non ha bisogno della porta, delle pareti eccetera. Si spendono tantissimi soldi per fare cose che tolgono l’immaginazione al pubblico. Non c’è scenografia ma per assurdo se ci sono 50 spettatori ci sono 50 scenografie diverse.

Carmelo Alù - Armunia Inequilibrio XXI - foto di Antonio FicaiQuindi nella tua idea c’è il lasciare il più possibile all’interpretazione del pubblico
Assolutamente sì, in scena ci sono poche cose, pochi oggetti,  per il resto siamo a teatro, qui, adesso, non c’è niente di finto , è vero che sta succedendo questa cosa, la stiamo facendo insieme ed io spettatore ti ringrazio perché non mi stai prendendo per stupido. E’ bello vedere il potere dell’immaginazione. La cosa bella di Fosse è che nonostante abbia vinto molti premi Ibsen, dice che non gli piace molto Ibsen perché i suoi testi sono pieni di odio mentre i propri sono pieni d’amore. Quindi mi sono sforzato di andare a capire dov’era l’amore in questo testo

E l’hai trovato?
Sì, assolutamente sì, e l’ho trovato con gli attori. Una cosa che non sapevo facesse Fosse ma che ho sempre cercato di fare è il fatto di togliere i nomi dei personaggi. Nella vita reale noi ci nominiamo poche volte. Un nome da un lato ti da un’identità ma dall’altro ti rimpicciolisce, tu diventi solo quella cosa, mi toglie la possibilità di divagare perché ad un certo punto ti metto come in una casella. Non c’è un dietro, il fatto di non essere nominato offre la possibilità di essere qualcun altro, se togli i nomi lasci veramente spazio all’immaginazione e all’interpretazione del pubblico che può rivederci conoscenti o addirittura se stesso. Questo secondo me è fondamentale.

Come descriveresti la tua prima residenza artistica a Castiglioncello?
Io sento di essere in un posto che tiene al sicuro, protegge il lavoro dell’artista. Tutto il Castello è un custode di tantissimi artisti, trattiene al suo interno oltre alle persone idee, storie. E’ un grande custode che ti protegge, ti salvaguarda, ti trattiene ma in maniera bella.

Il Castello Pasquini è un grande custode.

 

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