21 Marzo 2019

In dialogo con i Quotidiana.com per parlare di come nasce uno spettacolo

di Benedetta Pratelli

Quotidiana.com - foto di Antonio FicaiIeri pomeriggio abbiamo incontrato i Quotidiana.com, in residenza a Castello Pasquini per lavorare al nuovo spettacolo che presenteranno alla prossima Biennale, Il racconto delle cose mai accadute. Non potendoci però anticipare niente su questo lavoro, che dovrà per regola restare privato fino al debutto a Venezia, abbiamo parlato insieme del progetto in cantiere per il 2020, Tabù o l’impotenza del punto morto, e ci siamo fatti dare anticipazioni sulla prova aperta di questa sera.

Partiamo dall’inizio, come nasce l’idea di questo lavoro?

Paola Vannoni: Molte cose fanno pensare che oggi i tabù non esistano più, ma in realtà ce ne sono forse di più e anche di nuovi. Questa simulazione di libertà, anticonformismo, indipendenza in realtà non esiste, perché siamo comunque in un contesto sociale che ci chiede di rispettare determinate regole.
Nel caso specifico siamo partiti dal tabù sessuale prendendo spunto da una mail diffusa in rete in cui ti chiedono di pagare per non far vedere i tuoi video mentre guardi film porno. La frequentazione dei siti porno è un fatto, e se uno sa di esserci andato teme che il video finisca in mano a familiari, amici, colleghi; così in tanti cedono al ricatto e pagano, senza pensare che in realtà non può essere stato realizzato un simile video. Questo è stato lo spunto iniziale. Da qui poi tutti gli altri tabù, anche quelli che vanno a colpire la sfera psicologica e che possono determinare anche malattie mentali, forme di repressione, di coercizione, fino ad arrivare al tabù del non poter dire ciò che si pensa. Di fatto c’è una forma di censura indiretta: tu apparentemente puoi esprimere un tuo pensiero, ma poi indirettamente sei isolato, emarginato, e questa è forse la forma più deleteria.

Ovviamente ci muoviamo sempre sul nostro registro, con il quale cerchiamo di non drammatizzare l’argomento ma di farlo fluire attraverso lo sguardo dell’ironia, che consideriamo uno strumento di lettura utile a offrire un punto di vista altro, anomalo, differente..

Quotidiana.com - foto di Antonio FicaiCome si svolgerà la prova aperta di domani sera?

Paola Vannoni: Domani sera sarà realmente un prova aperta, poiché mostreremo la metodologia che noi utilizziamo per costruire il nostro testo scenico. Solitamente noi ci mettiamo di fronte alla telecamera e cominciamo a dialogare. Successivamente guardiamo queste cassette (ne facciamo magari cinque o sei) e catturiamo le parti che ci sembrano più adeguate al progetto che vogliamo portare avanti. 
Il nostro dialogo si sviluppa basandosi su due punti di vista contrapposti: Roberto è più uno stimolatore, mentre io cerco di spostarmi verso il paradosso, l’astrazione, o anche nel capovolgimento di concetti comuni.

Roberto Scappin: Domani per la prima volta chi verrà entrerà davvero dentro la modalità di ricerca dello spettacolo e della sua drammaturgica. Domani cercheremo in diretta quello che poi andremo a dire e questo avverrà senza filtri. Abbiamo abbozzato qualche appunto per avere un minimo di orientamento, ma alla fine tutto verrà generato in presa diretta.

Quotidiana.com - foto di Antonio FicaiChe ruolo ha invece la partitura gestuale nei vostri spettacoli? Nell’ultimo lavoro presentato a Inequilibrio XXI, Prima che arrivi l’eternità: scienza vs religione, erano presenti perfino piccole coreografie.

Paola Vannoni: Il lavoro dello scorso anno rappresenta in realtà un’eccezione, un episodio unico. Abbiamo tentato di fare un’esperienza con più attori, inserendo una parte coreografica, quindi molto più movimento rispetto ai nostri precedenti lavori. 
I gesti che noi usiamo invece sono solitamente distillati, poiché il movimento in scena rischia, secondo noi, di essere un elemento di confusione se non equilibrato. Quindi il gesto, quando c’è, non è mai didascalico ma si astrae da ciò che stiamo dicendo: è una reazione fisica a un tema.

Roberto Scappin: In genere il gesto che ci capita di immaginare e proporre nasce proprio da un’esigenza, dall’evidenza più marcata che sottolinea la nostra volontà di non replicare lo stereotipo, il consueto, l’abitudine. Nell’Anarchico non è fotogenico c’è una battuta in cui diciamo “cosa non vorresti? Non vorrei essere l’attore cretino che sfaccenda sulla scena”. Il nostro gesto forse non ha neanche senso, lo cerchiamo irrealistico, ma che sia il segno di una necessità misteriosa, che abbia in sé il suo segreto, e che in questo modo denunci sotto traccia la volontà di staccarsi da un senso conforme. Il gesto ha un po’ questa funzione nel nostro lavoro, ci richiama sempre a non fotocopiare, non stare a replicare un già visto, un già detto e un già sentito. 

Quotidiana.com - foto di Antonio FicaiQuale la vostra idea di residenza artistica?

Roberto Scappin: In questo caso, qui nella sala del ricamo, siamo stati in un sereno isolamento. Ci siamo sentiti in un isolamento molto accogliente, lontano dal tanto vento di marzo e fuori da certe nevrosi.

Paola Vannoni: Anche il solo fatto di essere in luogo in cui puoi guardare una parete diversa da quella che guardi di solito e, in questo caso, affacciarsi a una finestra da cui vedi il mare, è fonte di altri stimoli. I luoghi, le persone… quando un lavoro è in fase creativa tutto quello che gli sta intorno influisce.

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