7 Luglio 2019

Esistere e coesistere: MK porta al Festival Inequilibrio “Bermudas”

Intervista di Roberto Berti

Bermudas di MK è un lavoro coreografico pensato per un numero variabile di interpreti (da tre a tredici), intercambiabili tra loro. È dunque un sistema di movimento basato su regole semplici e rigorose che producono un moto perpetuo, adottabile da ogni performer per esistere accanto agli altri e costruire un mondo ritmicamente condiviso.
Il lavoro è ispirato alle teorie del caos, dalla generazione di insiemi complessi a partire da condizioni semplici, dai sistemi evolutivi della fisica e della meteorologia.

MK si occupa di coreografia e performance dal 1999 e ruota attorno ad un gruppo stabile di artisti, in dialogo con altri performer e progettualità trasversali.
Intervistiamo Michele Di Stefano, coreografo di questo spettacolo e vincitore, tra gli altri, del Leone d’Argento nel 2014.

“Mi interessa il danzatore perché ha questa straordinaria capacità di sintetizzare di colpo il motivo della sua esistenza”
Michele Di Stefano

Mk - Bermudas - Armunia Inequilibrio 22 - Foto di Daniele Laorenza Che cos’è Bermudas?
Michele: Bermudas è un sistema coreografico, che non è scritto, ma che invece è organizzato secondo dei princìpi che si evolvono in tempo reale davanti all’occhio dello spettatore. I performer hanno a disposizione alcune informazioni per generare sul momento uno spazio, un tempo e una scrittura coreografica determinata dall’incontro tra di loro. La sua caratteristica è che si tratta di un lavoro pensato per 13 interpreti che di volta in volta a rotazione costituiscono un gruppo sempre diverso. Ad ogni gruppo diverso corrisponde una condizione di partenza differente, quindi la prima cosa da fare per loro è adattarsi alle persone che si trovano intorno. È un lavoro sulla prossimità. La teoria di Bermudas è che non puoi danzare se non permetti ad un’altra danza di esistere accanto alla tua, il che dice anche delle cose rispetto all’affollamento del nostro mondo.
Inoltre è un sistema evolutivo perché i danzatori, sempre in tempo reale, apprendono condizioni migliori per esistere in quello spazio. I momenti di crisi sono quelli in cui la scrittura coreografica si arricchisce di ulteriori possibilità di sviluppo. Quindi è un lavoro tutto sommato imprevedibile, anche per me, perché dipende dalle condizioni dello spazio ma anche dalle attitudini dei diversi performer.
Si parte da regole molto semplici che sono dichiarate: ci sono 4 gesti che possono essere sviluppati e articolati secondo l’istinto del performer, il che fa parte di un’impostazione scientifica. I sistemi che partono da sistemi semplici generano un certo tipo di complessità e questa offre, quando è ben calibrata, una strana stabilità, per dirla in termini fisici. Non c’è altro che questo.

Mk - Bermudas - Armunia Inequilibrio 22 - Foto di Daniele LaorenzaRiguardo la rotazione dei performer nelle varie repliche, come vengono scelti di volta in volta e come hai approcciato questa scelta?
Michele: Il lavoro può dare l’impressione di essere improvvisato, di affidarsi all’estro dei danzatori. In realtà ci sono delle regole abbastanza ferree. Tutto il gruppo ha partecipato ad un lungo processo di approfondimento per cercare di mettere a punto gli strumenti per rispondere soltanto in un determinato modo a certe condizioni, quindi il margine di “collasso”, per quanto sempre presente (flirtare con il collasso è una cosa che non posso fare a meno di fare), è costruito su princípi rigidi. La questione sta nel determinare molto velocemente il tipo di attitudine e di atteggiamento a seconda della persona che ti sta di fronte che è portatrice o portatore di informazioni che sono leggermente differenti da quelle degli altri danzatori. 
È come lavorare, più che coreograficamente, quasi balisticamente. Tu hai un’idea di come una delle persone che sono accanto a te può reagire a determinate condizioni, quindi sai che l’altra persona reagirà in un altro modo, di conseguenza le tue scelte devono essere diverse per favorire lo sviluppo di una relazione.

MK - Inequilibrio 22 - foto di Antonio Ficai Come si colloca questo lavoro all’interno del tuo percorso artistico?
Michele: È il penultimo lavoro (ride). Io penso che ogni lavoro sia il fraintendimento o la deriva di un lavoro precedente. Avevamo fatto un lavoro pensato per i grandi teatri, Robinson, che aveva una struttura narrativa che faceva vago riferimento al romanzo (Robinson Crusoe, n.d.r.) nel quale erano presenti addirittura dei personaggi, chiaramente mistificati, poiché non si raccontava una storia ma una condizione. In quel lavoro c’è una danza centrale che noi chiamavamo “mondo” che è basata su un principio più semplice di Bermudas, una catena di 8 gesti che dovevano essere replicati come una condanna, come un rosario, continuamente ripetuti ma sempre in sincrono tra i vari performer, una danza lunga, durava circa 12-15 minuti. Bermudas nasce dallo sviluppo di quella condizione per la quale non è possibile danzare senza una visione del circostante; non è possibile chiudersi nella propria magnifica introspezione, ma bisogna essere fuori da sé, bisogna danzare fuori dal corpo. A me non importa del tuo segreto intimo. Il danzatore per me è interessante quando lavora “accanto a sé”. Bermudas assume questo atteggiamento rivolto completamente verso l’esterno e prova a costruirlo con un sistema differente da quello di Robinson e che probabilmente ci porterà ad indagare ulteriormente questa qualità di costruzione determinata dall’esterno del corpo ed è una cosa che è presente in tantissimi lavori della compagnia.

MK - Inequilibrio 22 - foto di Antonio Ficai Hai usato la parola “indagare”; Su cosa indaghi, quali sono i tuoi obiettivi?
Michele: E che ne so? (ride) Io punto a tenere il tempo con la vita. Mi interessa il danzatore perché ha questa straordinaria capacità di sintetizzare di colpo il motivo della sua esistenza e la sua capacità di farlo in un modo ritmico e musicale che è come un bicchiere di acqua fresca, è qualcosa che ti salva per così dire. Non pretendo di voler dare un senso a tutto ciò, per me danzare è vivere e in qualche modo è una condizione della quale non posso fare a meno. Quando incontro un danzatore riconosco lo stesso tipo di appetito, che però non è finalizzato a niente, se non a vivere musicalmente, considerando la postura, il ritmo, la carne, il modo in cui tu guardi il mondo e un altro essere umano.
Se proprio vogliamo trovare un punto di arrivo o un orizzonte io credo fermamente nella capacità della danza di poterti mettere nella condizione di esplorare il mondo, di accostarsi agli altri in una maniera che genera possibilità. Il corpo stesso del danzatore, che se si pone in una certa condizione fisica, permette di creare un luogo che non è il tuo né quello di un’altra persona, ma un terzo spazio dove insieme si può costruire un’altra possibilità di spazio ulteriore. E questo per me è molto vero anche nell’affollamento odierno. Ad esempio quando si sale su un tram affollato, se tu cambi il modo di percepire quello spazio puoi renderti conto che esiste uno spazio infinitamente più vasto all’interno di quello stesso affollamento, di quella prossimità, uno spazio che può generare possibilità. Il modo in cui la prossemica dei corpi ti può dire cosa avverrà dopo. Questo è un po’ l’obiettivo o comunque la cosa che credo nutra la mia voglia di lavorare, non potendo fare mai a meno di qualcun altro, sennò me ne starei a casa mia a leggere un libro. Di fisica (ride…).

MK - Inequilibrio 22 - foto di Antonio Ficai

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