10 Dicembre 2019

Invidia, uguaglianza e libertà: il sentiero collettivo dei VicoQuartoMazzini

Intervista di Claudia Caleca

Vico Quarto Mazzini - Armunia 2019 - Foto di Daniele LaorenzaL’incontro con Michele Altamura e Gabriele Paolocà, della compagnia barese VicoQuartoMazzini, ha avuto luogo nella loro residenza artistica di Armunia a Rosignano Marittimo. Fruttuoso e fervido periodo di discussione artistica, esso rappresenta l’intima fase di creazione lontana da, ciò che definiscono, “il meccanismo della produzione”: è lo stacco, il chiudersi, il prendersi del tempo per studiare e pensare. Durante questo spazio di libertà abbiamo pensato di incuriosirci al loro prossimo progetto artistico, Mozart e Salieri di Puškin…

La parola cardine è “invidia”: potete spiegarci meglio?
Gabriele: Per capire e analizzare al meglio il sentimento dell’invidia siamo partiti dal saggio di Helmut Schoeck L’invidia e la società studiando la storia dell’invidia dalle popolazioni antiche fino agli anni Sessanta. Secondo l’autore l’invidia è un sentimento innato nell’essere umano, un male che attanaglia senza matrice: invidiare è nel DNA dell’uomo. 

Michele: Ci siamo quindi chiesti che ruolo abbia questo sentimento nella società odierna. Lo notiamo palesemente nei social network: “chi è più in basso”, piuttosto che provare a migliorarsi ed elevarsi, dice: “Tu non sei più di me, scendi giù al mio livello”.

In che modo il vostro progetto tratta il tema dell’invidia?
Gabriele: Abbiamo preso uno dei testi più belli, Mozart e Salieri, da cui è stato tratto Amadeus di Milos Forman: Salieri, che invidia il giovane Mozart, lo avvelena mentre quest’ultimo suona il Requiem. Il primo, che incarna la tecnica e la dedizione, invidia al secondo il genio e il talento puro. Dal testo vogliamo procedere verso un “sentiero politico”, ossia parlare di invidia sociale: perché c’è odio verso chi ne sa più di noi? Perché non c’è una ricerca verso l’acculturamento ma è l’acculturato che deve sentirsi in difetto? 

Michele: Vogliamo raccontare proprio questo ma attraverso la costruzione di una drammaturgia originale.

Il vostro progetto quindi non segue l’ipotesto russo…
Michele: No. Ci interessano gli archetipi dei materiali che affrontiamo, i significati. Da lì cerchiamo in un modo nostro di sviluppare nuove storie, che non abbiano per forza un inizio e una fine. Ciò che rimarrà del Mozart e Salieri sarà una suggestione. 

Gabriele: Non è l’attaccamento alla grande letteratura che ci interessa. A noi piace stravolgere i classici, piegare le grandi idee degli scrittori passati alle nostre esigenze contemporanee. Essendo una compagnia indipendente vogliamo esprimere una nostra analisi del presente.

Perché avete scelto proprio questo tema e questo scrittore?
Michele: Tutto è partito da un periodo in cui abbiamo dialogato in modo serrato rispetto all’esser presenti come uomini ed artisti all’interno del nostro tempo. Siamo partiti dal farci delle domande fino ad arrivare alla conclusione che Mozart e Salieri serve per focalizzare l’analisi tematica che ci interessa fare. Già in Vieni su Marte raccontiamo il tema della ricerca costante di un altrove partendo da Bradbury, scrittore di fantascienza. Grazie al testo ci precipitiamo nel tema e cerchiamo di creare un immaginario non solo teatrale ma letterario e immaginifico.

Gabriele: Puškin è l’input grazie al quale svisceriamo ciò che vogliamo analizzare del contemporaneo, come la cattiveria, la negatività, il pessimismo verso il prossimo, l’incapacità di vedere uno sviluppo attraverso una concezione culturale del sociale, il metter davanti esigenze spicciole piuttosto che esigenze collettive e davvero rilevanti. La piccola rivincita dell’individuo sembra esser ancora il problema predominante nella nostra società.

Quindi l’assenza di empatia porta un individuo ad esser incapace di valutare problemi più grandi di lui?
Gabriele: Assolutamente si. Si parte da piccoli movimenti dell’inconscio per parlare dell’universale, dal soggettivismo al collettivismo.

Michele: Non vogliamo fare teatro politico a tema. Essendo il teatro sintetico dobbiamo riassumere e tradurre umanamente la storia. Inoltre non dimentichiamo che, oltre a stare su un palco, siamo soprattutto esseri umani nel mondo.

Mi chiedo allora se l’invidia sia una questione del soggetto o esista realmente una disuguaglianza di talento? Dove sta il confine?
Michele: Schoeck parla di una “società dell’uguaglianza”, una vera e propria utopia. Ma al posto di dire “siamo tutti uguali” bisognerebbe mettere in campo strumenti per confermare o meno questo principio al fine di valorizzare il talento di ciascuno. Siamo dell’idea che non si può esser in grado di fare tutto ciò che si vuole e che ci sia davvero qualcosa che, per talento, si può fare. Senza questo strumento si rimarrà abbagliati dalla logica dell’uguaglianza e ci si consolerà con una flebile motivazione: “Quello va avanti perché lo aiutano e io no perché sono sfortunato”.

Gabriele: E’ il malinteso tra diritti e possibilità: i diritti vanno garantiti a tutti e le possibilità indagate e concesse individuo per individuo. Vogliamo affrontare una tematica scomoda per tutti, in primis per noi.

Michele: E’ proprio vero: ragionare sull’invidia è ragionare sulla nostra invidia: denunciare e autodenunciarci. Ci siamo tutti dentro. 

Vico Quarto Mazzini - Armunia 2019 - Foto di Daniele LaorenzaMa quindi, seguendo la vostra riflessione, è come se non potessimo valere per noi stessi ma acquistassimo valore in funzione di un dualismo che ci rappresenta?
Gabriele: Ormai ti interessa esser presentabile allo specchio o in un selfie? Per chi ti interessa esistere: per te stesso o per la platea che hai di fronte? Ci chiediamo questo e cerchiamo di rispondere. Anche noi, stando sul palco, ci chiediamo: per chi lo faccio?

Michele: Esistiamo solo nel dualismo: se non confronto quello che penso con qualcun altro chi sono? E’ difficile concepirsi come essere unico al mondo.

Per concludere: se l’invidia è un male dell’uomo cos’è allora l’arte per l’arte? Può esistere un’arte pura?
Gabriele: Si, nel nostro caso cerchiamo un atto terapeutico. Per noi l’arte per l’arte è la cancellazione dell’invidia e vogliamo riuscirci attraverso la riflessione. 

L’arte sarà mai pura, quindi slegata dall’egoismo umano? E’ un ideale al quale voi tendete?
Gabriele: L’arte sarà sempre legata a logiche economiche e capitalistiche. Ogni artista si pone la domanda: “Che futuro avrà quello che sto costruendo?”. Sono sicuro però che l’arte resti pura negli spazi che gli vengono concessi, come adesso ad Armunia. Forse noi squattrinati (sorride), che ci ostiniamo a sviluppare un discorso artistico, siamo veramente liberi.

 

 

 

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