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7 Ottobre 2020

L’opinione degli artisti

Marcello Sambati - Foto di Daniele LaorenzaMARCELLO SAMBATI: Il tema della mancanza è sorto durante il festival e non riguarda solo noi.
Questa defezione assoluta degli osservatori critici è qualcosa di pesante che si nota più della presenza. Tutto ciò fa riflettere sulla funzione e disfunzione della critica.
Naturalmente, le opere non hanno necessariamente bisogno di uno sguardo critico poiché si pongono sempre su una dimensione storica più che critica. Tuttavia la critica conta perché molto vicina, talvolta dentro, il sistema teatrale e perché testimone, senza la quale la nostra sperimentazione rimarrebbe fuori da tutto, rimarrebbe solo un sogno colmo di illusioni.
Abbiamo voluto aprire nuovi orizzonti alle generazioni future attraverso questo Festival, non a caso ci hanno chiamati per portare avanti un progetto che in un certo senso ha annunciato la presenza di una qualche novità, rispetto al panorama che c’è in questo momento nel teatro.
Tutto ciò, però, è passato inosservato dal punto di vista della critica e questo significa rimanere non visti, inascoltati ed ignorati.
Si potrebbe dire, naturalmente, ad una riflessione più profonda, che questi personaggi che noi addirittura conosciamo molto bene, scrivono su riviste da quattro soldi, riviste che non fanno la storia del teatro, quindi da questo punto di vista non ci preoccupa affatto. La storia la fanno le opere. Questo ci libera dal quel fardello che ci impone quasi di dover rincorrere un certo tipo di personaggi vecchi e giovani che abbiamo visto e incontrato nelle precedenti edizioni del festival, talvolta molto presenti ai tavoli dei ristoranti e dei bar, godendosi la vacanza.
Dunque andare ad un festival per godersi la vacanza non è proprio la funzione della critica visto che nella storia i critici veri hanno sudato insieme agli artisti, in qualche modo hanno collaborato, se non nell’utopia di un nuovo teatro; è quest’idea dell’assenza di utopia che in questo momento rende fragile qualsiasi manifestazione teatrale. Ma il teatro non è in crisi perché esso è la crisi di per sé, è il problema, è la figura filosofica e poetica della crisi. La crisi dell’essere umano. Il teatro mette in scena proprio questo. La critica dovrebbe rifletterci sopra, non ignorarla.
In questa premessa ognuno di noi può aggiungere del proprio rispetto a quello che si attendeva e che si attende rispetto al proprio lavoro.

Alessandra Cristiani - foto di Antonio FicaiALESSANDRA CRISTIANI: Oltre che a questo cristallo di Marcello, che è un sentire molto ben espresso, la sfumatura che mi verrebbe da porre è quella di aver sentito e considerato Armunia una grande famiglia, un vero e proprio appuntamento per noi artisti con gli ambiti teatrali. In Armunia ci siamo sempre ritrovati anche in questa edizione particolare che ha sancito il passaggio da Castiglioncello a Rosignano Marittimo.
Per noi è stato quindi molto importante aver nuovamente ricevuto l’invito da parte del Festival di poter partecipare a questa edizione, tentando nuovamente di darci la possibilità di seminare il nostro segno o punto di forza/originalità anche in questo territorio.
Personalmente, ma anche a nome di tutti noi, questa famiglia è venuta a mancare, è mancata una vena.
In questo momento molto delicato, dopo il lockdown, non possiamo nascondere quanto sia difficile rimanere, o meglio, essere presenti nel mondo del teatro. Gli artisti, anche in queste situazioni, vengono chiamati in prima linea, ma spesso, rimaniamo quasi sempre da soli.
Come diceva Marcello, anche al di là del contesto di Castiglioncello, dove c’erano ormai anni di edizioni e storia e di ospiti ormai veramente consapevoli di trovarsi a loro agio durante tutto il festival, ci dispiace aver perso questo senso di familiarità che prima ricopriva il festival a 360°.
Il nostro è sempre stato un lavoro di ricerca e ci chiediamo come questa possa essere considerata adesso, e in questo nuovo ambito. Come noi, anche altri hanno pensato la stessa cosa. Teniamo al Festival, siamo stati quasi invitati a dover evidenziare la mancanza di quest’anno, come se una un’esperienza come questa fosse stata distrutta perché non testimoniata.

Ilaria Drago - Inequilibrio 22 - foto di Antonio FicaiILARIA DRAGO: Allacciandomi al discorso di Marcello aggiungo che ignorare la crisi dell’essere significa, da parte della critica, essere inconvivente su quello che ci circonda. Mentre parlavate ho pensato che questa esperienza poteva essere una vera e bella occasione, in un momento dove c’è stato un incendio e dove c’è un bosco bruciato da salvare, di decidere se far rimanere la cenere oppure trasformarla in fertilizzante per dare vita a nuove piante. Questa nuova incarnazione poteva venire fuori se tutti avessimo parlato nella comunione di questo essere, tralasciando i ruoli avremmo fatto una rivoluzione unica, un segno potentissimo e costruttivo, cosa che il Festival, mettendosi in gioco, ha fatto. Mi sono detta: è sempre facile stare accanto al potere quando tutto va bene, ma quando si perde potere allora ci si allontana, come l’animale ferito o ammalato che non essendo più utile, viene allontanato dal branco. Ci sono rimasta molto male. Ci troviamo in un momento, dopo il lockdown, di occasione per incontrarci di nuovo. Con alcuni di loro abbiamo iniziato insieme, eravamo cuccioli insieme, come delle primavere e questo poteva essere occasione di ricreare una famiglia compatta e forte che portava un segnale: alleanza. Ma questa è venuta meno. Noi ce ne siamo fatti carico e la porteremo avanti perché la ritengo un’alleanza con la vita e con l’essere, un’alleanza che non si può tradire. Loro hanno tradito l’essenza dell’arte, hanno rinunciato ad annaffiare una piccola e nuova piantina che è il Festival continuando ad annacquare i ruoli e il potere, svilendo l’essere umano. Inoltre manca la loro cura nel vedere chi è presente: se questo manca ogni parola è uguale all’altra, perché non parte da un centro ma dalle periferie che non hanno più un senso. Il Festival non è solo il teatro: è una scommessa. Ho sempre immaginato il critico come un ponte, ma bisogna creare un’altra figura: un testimone. Era un’occasione anche per loro, di creare qualcosa di vivo e nuovo. Nessuno di noi ha bisogno di un critico. E’ un invito a riflettere. Spero si chiedano perché non sono venuti.

ALESSANDRA CRISTIANI: Manca per l’appunto la mancanza di uno sguardo frontale, quello di una figura che ha l’amore di seguire il linguaggio del teatro e come si evolve nelle difficoltà, capire cosa volta per volta si può offrire. Per me il ruolo del racconto è nevralgico ed è vitale che ci sia di chi racconta, chi fa reportage al di là della critica. Se non loro chi può farlo? E’ come se un corpo non avesse un arto. Siamo tutti chiamati ad interrogarci a livello civile, umano e se a questa chiamata qualcuno non risponde si sente. C’è bisogno di una figura sensibile, qualcuno che faccia da sismografo.

MARCELLO SAMBATI: Da qualche anno Armunia riflette e produce storicità, essendo editrice di testi importanti grazie alle Residenze. Ciò racconta della qualità dell’idea di un luogo che fa il Festival: creatività e riflessione storica sulle arti. Se questi elementi non sono di grande interesse per la critica, coloro che scrivono o che dovrebbero fare reportage senza entrare nel merito dei singoli lavori, mi chiedo cosa lo sia. Manca la testimonianza. Hanno generato una desertificazione rinunciando a prendere atto che le vecchie forme di teatro non sono più possibili: l’istituzione e il personaggio verso cui tutti corrono sono coloro che sperperano le risorse. La discussione è anche politica: oltre ad essere assenti il loro ruolo è il loro delitto. Sono delittuosi. Ho sempre considerato gli spettatori come testimoni: anche uno solo testimonia lo scambio di sguardi e ascolti. In questo momento, visto il ridotto numero degli spettatori, bisognerebbe chiedere a loro di farsi testimone di ciò che hanno visto, chiamarli dentro la situazione. Prendiamo atto che loro si sono chiamati fuori dalla questione teatro, che è l’idea di teatro, adattandosi sul prima, sul vecchio, su ciò che da certezza e sicurezza. Bisognerebbe guardare nelle faglie della realtà che si sono aperte.

A cura di:
Elena Pancioli

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