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23 Febbraio 2021

Dialogo con il regista Alessio Bergamo: dal cappotto di Gogol alla difficoltà del teatro di ritrovare il suo posto in società.

Intervista di Elena Pancioli

Alessio Bergamo - residenza Armunia 2021 - foto di Antonio FicaiDopo Il diario di un pazzo (1999) e Appunti di un pazzo (2018) Alessio Bergamo, regista e studioso di teatro, continua la ricerca sugli scritti di N.V.Gogol’ preparando, in residenza ad Armunia, la messinscena de Il cappotto, una produzione Cantiere Obraz, Teatro dell’Elce e Postop Teatro.

Il racconto che hai scelto per la continuazione del tuo studio sulla narrazione gogoliana è Il Cappotto, che scandaglia il rapporto tra l’uomo e la società, tra verosomiglianza e surrealismo. Qual è la particolarità di questo racconto nell’universo di Gogol’?

Alessio Bergamo - residenza Armunia 2021 - foto di Antonio FicaiA.B. : Di solito tanto Appunti di un pazzo quanto Il cappotto vengono pubblicati assieme, in una raccolta intitolata Racconti di Pietroburgo. Non è un caso. Non solo perché sono ambientati lì, ma anche perché Pietroburgo vi assurge a simbolo. Il simbolo della capitale amministrativa, con la sua burocrazia onnipresente e strutturata piramidalmente; struttura che è l’effetto, o la concausa, difficile discernere, di un’ideologia del potere che, come questa struttura, si pretende perfettamente razionale. E in quanto perfettamente razionale genera il regno del surreale sulla vita dell’uomo. E produce la follia (e/o le fa da schermo). Da questa considerazione parte il linguaggio del nostro lavoro su Gogol, che è affine per i due spettacoli, anche se ci sono differenze sostanziali, soprattutto relativamente al rapporto col pubblico.

Nel sottotitolo affermi forse che Acachi ha sempre vissuto come spettro, senza identità, perché Gogol’ ci dice forse che esistono giochi a cui un soggetto non può partecipare?

Alessio Bergamo - residenza Armunia 2021 - foto di Antonio FicaiA.B.: Difficile dire chi sia uno spettro e chi un uomo tra gli abitanti della Pietroburgo di Gogol’. Certo Acachi è un escluso dalla società e diventa una vittima dei giochi che ne regolano i rapporti. Però è un uomo. Proprio per questo è estraneo alla città che lo schiaccerà come una mosca importuna. Sicché dopo morto gli tocca risorgere perché la sua funzione di uomo non è finita. Di qui il sottotitolo dello spettacolo che allude al finale fantastico del racconto.

Nel dramma come entra in gioco la componente performativa?

Alessio Bergamo - residenza Armunia 2021 - foto di Antonio FicaiA.B.: Non abbiamo ancora finito di elaborare il progetto di spettacolo, ma probabilmente ci sarà un livello interiore ed uno esteriore al dramma. Quindi la presenza di più livelli è prevista. Ma non è tanto questo che renderà manifesta e sempre presente la componente performativa dell’attore. Sarà piuttosto l’effetto di una posizione di gioco aperta, di distanza dell’attore dal personaggio e dalle circostanze, che caratterizzerà quasi sempre, eccetto pochi momenti, la sua presenza scenica.

Il teatro sta facendo molta fatica a ritrovare il suo posto in società, un po’ come il personaggio di Gogol. In compenso ha trovato una nuova modalità di fruizione: diventa un prodotto audiovisivo. Il genere fantastico, inoltre, è forse uno dei generi che meglio si esprime nell’ambito dell’arte elettronica. Ti chiedo quindi se in questo periodo di ricerca hai mai pensato di traslare questo spettacolo nell’arte del video?

Alessio Bergamo - residenza Armunia 2021 - foto di Antonio Ficai A.B.: No, non ho mai preso in considerazione quest’idea. Il teatro è la forma più contemporanea d’arte proprio perché quando andiamo a teatro non si può fare a meno dei nostri contemporanei. Lì siamo circondati, siamo nel bel mezzo della contemporaneità. E anche quando siamo a uno spettacolo messo in scena nella maniera più anodina, piatta e squallida possibile, anche lì dove al posto della tradizione ci presentano la più vieta consuetudine, anche nel mezzo del teatro più mortale possibile, quello che quando vi assistiamo ci suscita rabbia e ribellione, anche lì, anche solo per dirci come ci siamo ridotti, il teatro ci parla di noi. Io faccio teatro perché con gli attori formo una comunità e con queste comunità intercetto e mi interrelaziono con altre persone, collegate tra loro e con noi, da un senso, da una narrazione più ampia di comunità. Questo non può accadere senza spazio fisico comune, senza una compresenza fisica. Internet, i video e le netflix della cultura non sono una “nuova fruizione del teatro” sono solo una sua sospensione. Dirò di più, in questo periodo, senza poter essere né autore né spettatore di teatro mi sono sentito come tarpato della contemporaneità. E non c’è stato spettacolo in streaming che mi abbia potuto salvare da questo sentimento. Quindi il teatro lo si potrà mutilare, ridurre ancor più a cosa di poche persone, di dilettanti, girando quei pochi fondi residui che rimangono sul video, ma non scomparirà mai. Per pochi, forse, ma è una necessità.

Relativamente al fantastico, invece, che dire: ho spesso la sensazione che nel teatro, lì dove le persone e gli oggetti si trasformano costantemente sotto i nostri occhi, al nostro fianco, alla nostra presenza, lì il fantastico si trovi più a suo agio.

A cura di:
Elena Pancioli

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