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25 Febbraio 2021

Punk. Kill me please di Francesca Foscarini e Cosimo Lopalco: un concerto performativo che ripercorre le tappe del movimento punk

Intervista di Claudia Caleca

Ospite in residenza ad Armunia Francesca Foscarini, performer e coreografa, che con il drammaturgo e coreografo Cosimo Lopalco, sta lavorando alla creazione di Punk. Kill me please, un progetto che indaga l’insieme di pratiche estetico-artistiche e le idee filosofico-politiche proprie del movimento Punk. Se il Punk instaurava una rottura definitiva con la tradizione rock e i dettami canonici dell’epoca, in Punk. Kill me please è centrale la fine dell’organicità per creare un concerto performativo che svela l’artificiosità della rappresentazione. Il progetto prende vita grazie alla partecipazione della danzatrice Melina Sofocleous. Il disegno luci è di Maria Virzì. L’organizzazione e l’amministrazione sono a cura di Eleonora Cavallo e Federica Giuliano per la produzione di Van in coproduzione con il Festival Danza in Rete – Teatro Comunale Città di Vicenza..

Qual è la necessità creativa di Punk. Kill me please?

Francesca: Il progetto nasce a gennaio 2019 da un invito di Cosimo Lopalco di lavorare sul Punk. Questo ha acceso in me una profonda curiosità e un’attrazione rispetto a quel tipo di energia e quel modo di stare sul palcoscenico. Il progetto mi ha concesso quindi un’apertura verso la sperimentazione, laddove anche la musica ha un carattere chiaro e porta con sé colore e atmosfera. Da qui l’entrare in relazione con musiche legate al Punk, con conseguente scelta di brani che fanno parte del lavoro, cui fanno da contraltare musiche classiche di grandi compositori come Wagner e Vivaldi.

Che relazione si instaura tra queste due realtà musicali e quali sono i temi?

Cosimo: Per i brani classici abbiamo scelto quelli che secondo noi hanno energia punk, potenti e conosciuti. Il Punk possiede la caratteristica di parlare a un pubblico che non è raffinato ma semplicemente umano e, da qui, la scelta di utilizzare brani classici che parlano al grande pubblico al pari degli altri brani.
Francesca: La loro compresenza non dà vita a un’opposizione ma, al contrario, crea quadri con un’identità specifica legata alla tematica che ci interessa esplorare.
Cosimo: Parlando dei temi alcuni sono prepolitici, altri parlano della relazione amorosa ed erotica che a volte è tossica e presenta caratteristiche quali dominanza e sottomissione. Un brano è dedicato a Vivienne Westwood, icona della moda punk e amica dei Sex Pistols. Infine si parla anche di religione e maternità. E’ bene sottolineare che nel Punk delle origini c’è sempre una componente prepolitica e anarcoide che tenta di uscire ma che non riesce mai a concretizzarsi se non nel Punk maturo. Questo rappresenta l’esser contro il sistema, spinta che si trova nella musica in forma di energia esplosiva. Abbiamo voluto cogliere la parte più allegra e positiva del Punk rendendo le parti drammatiche in modo ironico e meno spigoloso.
Francesca: Centrale è inoltre la figura femminile che emerge, frutto della ribellione e del riscatto contro la visione stereotipata. C’è anche il piacere del fare creativo. Penso infatti che ci sia molta vitalità nel progetto nonostante il titolo, che rappresenta una provocazione.

Come migrano i temi del Punk sul corpo performativo?

Cosimo: Il corpo del performer si impregna dell’energia che era presente nel corpo dei performer della musica punk. Mi sono chiesto: perché non riprodurre sulla scena l’energia esplosiva del Punk britannico? Questa energia, dirompente e di rottura, che contrasta il sistema produttivo e distributivo, è sintomo di una volontà di creazione, ribelle e conflittuale. Ponendo attenzione alla filologia del Punk abbiamo quindi pensato di riproporre questo intento e di dotare il palco di tutti gli elementi per produrre musica e immagini svelando escamotage che di solito sono tenuti nascosti.
Lo smascheramento è uno degli aspetti principali del Punk. Cos’altro avete attinto da questo grande serbatoio?
Cosimo: Ci sono contraddizioni inevitabili: anche se ripercorriamo il Punk mettiamo in scena una performance “tradizionale”. Ci interessa creare una bolla all’interno del sistema tipico in cui sono presenti le linee guida del Punk, come la logica del DIY (do it yourself). I primi punker dimostrano una noia rispetto alla musica rock, che era diventata ripetitiva, e cominciano a suonare creando energia nuova. La partenza sta quindi nel desiderio di rompere con i vecchi schemi ed è lo stesso che vogliamo fare sulla scena. Ecco perché è presente un giradischi, che sarà attivato dalle performer.

Quale sarà il risultato finale?

Cosimo: Abbiamo lavorato sin dall’inizio per spunti individuali, quindi non c’è mai stata un’idea drammaturgica generale. Questo ha fatto sì che si siano create varie parti che, proprio come una band musicale, sono presentate come brani-pezzi da mettere in scena. Il risultato finale è quello di un concerto performativo. Il lavoro quindi propone singoli brani con un inizio e una fine. Abbiamo dato un titolo ad ogni singolo pezzo, proprio come dei brani musicali.

In questa composizione a stazioni come pensate che possa cambiare la fruizione di coloro abituati ad un’opera più organica?

Francesca: Durante quest’ultima residenza stiamo cercando di capire qual è l’atteggiamento performativo che io e Melina dovremmo attuare negli spazi tra i vari brani, come porsi o come, ad esempio, preparare la scena successiva o sistemare lo spazio.
Cosimo: Esisteranno momenti in cui, come in una band, ci si prepara con un cambio di chitarra per il brano successivo, il pubblico assisterà al cambio di scena, costumi o scenografia. Stiamo quindi mettendo in scena un momento di rottura. Ecco il tentativo di restituire l’idea di quel periodo. Il pubblico, d’altro canto, partecipa a “uccidere” la relazione canonica tra performer e spettatore.

In questa rottura di codici e convenzioni cadrà anche la quarta parete?

Francesca: Sì, ci saranno momenti in cui lo spazio del palcoscenico e quello del pubblico sarà un tutt’uno. Nell’ultimo brano c’è una presa in giro con sorriso del pubblico e di noi stessi. Noi non ci prendiamo per niente sul serio.

Qual è il metodo di ricerca quando avete maturato l’idea?

Francesca: La prima fase si basa sul leggere, ascoltare e guardare alle fonti. La seconda fase è in studio e comprende la ricerca fisica. Ha seguito poi l’incontro con la danzatrice. A volte abbiamo l’impressione di non esser stati noi ad aver fatto il lavoro ma che sia stato lui a decidere per noi (sorride). Questo ci sorprende sempre.
Cosimo: Nella parte di ricerca fisica vige la regola di abbandonarsi: gli stimoli che arrivano vanno colti. Ci facciamo trasportare da ciò che arriva. Punk. Kill me please è fuori controllo! (ride) Credo che sia un progetto che possa continuare nella ricerca proprio grazie alla sua forma: essendo strutturato come un concerto i brani potrebbero potenzialmente essere aggiunti e tolti.
Francesca: O pensare come adattarlo alle specifiche situazioni che stiamo vivendo. Mi piacerebbe renderlo adattabile a contesti non teatrali come piazze o spazi all’aperto.

Potete parlarmi di Melina Sofocleous?

Francesca: Sono molto legata a Malina, danzatrice cipriota, che è parte attiva del processo creativo. Con lei c’è un profondo rapporto di stima e simpatia. Ho scelto Melina perché, durante i nostri incontri casuali, mi sono sentita subito a mio agio. L’aspetto umano fa la differenza quando si lavora. Inoltre è presente anche Maria Virzì, che segue la parte di disegno delle luci.

“Minate la loro pomposa autorità, rifiutate i loro standard morali, fate dell’anarchia e del disordine i vostri marchi. Causate più caos e distruzione possibili, ma non lasciate che vi prendano vivi”
Sid Vicious

Fotografie di Michele Lischi 

A cura di:
Claudia Caleca

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