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20 Aprile 2021

I corpi potenziali di Matteo Marchesi. Un laboratorio online per adolescenti

Intervista di Claudia Caleca

Matteo Marchesi, performer e coreografo, ha tenuto per Armunia un laboratorio online, rivolto agli adolescenti dai 12 ai 14 anni, usando il movimento come strumento per cercare il potenziale e le capacità di corpi diversi e in trasformazione, che in questa fascia d’età esplorano la propria natura individuale e collettiva. Il laboratorio di ricerca si è sviluppato all’interno di CollaborAction kids – azione del Network Anticorpi XL dedicata alla diffusione di nuove opere destinate alle giovani generazioni.
Il suo percorso di ricerca, dal 2016 ad oggi, si è focalizzato sulle pratiche performative di improvvisazione e sull’integrazione di linguaggi multidisciplinari.

Quanto vale un corpo diverso da ciò che consideriamo normale? Cosa può raccontare? Come può rendere concreto ciò che è potenziale, e quindi non tangibile? Attorno a queste domande Marchesi ha costruito il laboratorio, uno spazio di gioco fatto di pratiche corporee e cognitive, attraverso gli strumenti della danza, delle arti visive e della drammaturgia. L’obiettivo artistico, di cui i ragazzi e le ragazze sono stati co-autori, è stata la raccolta di un immaginario sul corpo potenziale, come una risorsa condivisa di senso e azione.
Abbiamo chiesto a Matteo di parlarci del suo obiettivo artistico: rendere i ragazzi e le ragazze co-autori di un immaginario sul corpo potenziale come risorsa condivisa.

Come hai strutturato il Laboratorio online?

L’ipotesi di lavorare online è qualcosa che mi stimola da quando è iniziato il periodo pandemico con l’obiettivo è quello di integrare il potenziale creativo dello strumento digitale col lavoro del corpo. L’idea è nata attraverso le esperienze della seconda metà del 2020, che mi hanno portato a incontrare gruppi di bambini e bambine, e adolescenti in un primo laboratorio che era parte del progetto “A Casa Nostra” con Zebra (di cui sono artista associato, e il Teatro Comunale di Vicenza) e mettendomi io stesso nel ruolo dello “studente” nel progetto CAD per esplorare la creazione nello spazio digitale (nato dall’incontro tra CSC di Bassano del Grappa e Ca’Foscari). Queste esperienze mi hanno permesso di prendere maggiore confidenza non solo con le possibilità tecniche del mezzo, ma anche con la sensazione che un’empatia e un senso di relazione e di comunità sono comunque possibili anche nello spazio digitale.

Il Laboratorio è dedicato agli adolescenti: hai già lavorato con ragazzi di questa fascia d’età? In che modo pensi che le caratteristiche di ciascuno possano emergere?

Le occasioni di lavorare con adolescenti si sono presentate in diverse forme nel corso degli anni ma è forse la prima volta che scelgo gli sguardi di queste età per accompagnarmi in una riflessione artistica più adulta, e non “solo” con una funzione didattica. Di fatto il laboratorio non è una lezione, ma una esplorazione condivisa e un lavoro di ricerca che alterna le proposte di movimento alla trasmissione dell’esperienza percepita e all’allenamento allo sguardo sull’immagine dei corpi, tramite supporti audiovisivi e di scrittura. Questo mi permette di accompagnare non solo la propriocezione corporea, di cui gli/le adolescenti hanno più che mai bisogno, ma tutto ciò che con essa si muove: l’emozione, il pensiero, lo sguardo e la comunicazione di uno stato di presenza. Questo vale per ogni partecipante, che generosamente si mette in gioco esponendosi, me compreso, per poter costruire un confronto tra individui di pari valore, con ruoli ed esperienze diverse a monte.

Mentre assistevo al tuo laboratorio ho notato che prendevi appunti, come una raccolta di suggestioni: è in vista un nuovo progetto? Ti nutri di visioni altrui al fine creativo?

Questo anno pandemico mi ha permesso di affinare alcune strategie per raccogliere e organizzare le suggestioni di chi partecipa all’esplorazione, attraverso ad esempio parole e immagini per “fissare” una costellazione di voci che attribuiscono un senso all’esperienza attraversata. Come un archivio di un brain-storming generato da corpi in movimento, corpi pensanti, senzienti e sensibili, che mi permette di affrontare il lavoro artistico non basandomi solo sulla mia percezione ma su un insieme di sguardi che ampliano il valore dell’opera che ne può nascere. E’ un approccio che mi aiuta a capire, a stratificare nel corpo qualcosa che ancora un corpo non ce l’ha, per poterlo poi a mia volta condividere. Il frutto di questi laboratori, con l’accompagnamento e la progettazione condivisa con i partner del Network AnticorpiXL aderenti all’azione Collaboraction Kids, si condenserà in una nuova creazione che seguirà le orme di BOB, la performance che ha dato il via a questo viaggio, a sua volta nata dall’incontro con i mostri che abitano i mondi di bambini e bambine tra i 7 e i 10 anni. Vorrei mantenermi fedele alle elaborazioni nate con i partecipanti dei laboratori per tornare a plasmare una creatura capace di restituire ciò che mi è stato consegnato, e il modo in cui mi tocca e mi cambia, perché mantenga limpido il suo valore non solo per lo sguardo di un adolescente, ma anche di un adulto.

Parli spesso di “spazio di incontro” e “ricerca online”: che cosa cambia dall’incontro diretto-fisico e quali sono, secondo te, i punti di forza-debolezza di questa nuova “somministrazione artistica”.

Non nascondo che alcuni aspetti sono faticosi: non poter sentire il respiro di un corpo, la temperatura al tatto, i dettagli di quello che l’occhio può vedere muoversi sotto la pelle, non poter utilizzare la prossemica tra dei corpi che condividono uno spazio, non poter contare sul tacito assenso che lo spazio fisico che ci separa sia un “qualcosa”, tangibile e impalpabile. Richiede una riqualificazione profonda delle risorse che si mettono in campo per potersi mantenere fedeli alla motivazione che ti porta verso quella creazione, quella ricerca. Però ci sono altre cose che non mancano mai, come il ritmo dei corpi e della sessione, la percezione di un coinvolgimento in quello che accade, e la possibilità di intuire quando serve aumentare il grado di libertà della proposta perché a ciascuno sia concesso il proprio spazio, che sostiene il valore individuale in ogni pratica condivisa; ma anche la possibilità di tradire la coerenza di quello che si è pianificato per seguire quello che arriva. Certamente non ho mai sperimentato prima di questo periodo pandemico la possibilità di entrare con la mia pratica artistica nelle case; e viceversa, mostrarmi in una vulnerabilità domestica che per ciascuno ha un valore che parla anche della propria storia. E’ una cornice nuova, complessa e a doppio senso, che ha molto da offrire al benessere della comunità a cui ci mettiamo a disposizione e di cui siamo parte. Uno degli aspetti che può essere tanto risorsa quanto un limite è il tempo: nello spazio digitale si muove in modo diverso perché nulla è fisicamente strutturato, anche i tempi di ingresso e di uscita, o di un warm-up fisico, cognitivo, empatico vanno costruiti e ancorati allo spazio fisico di ciascuno perché come persone non rispondiamo al tempo di un click. Ma contemporaneamente consente di essere rapidi nella documentazione, e nello spostarsi tra materiali di lavoro, che contribuiscono al ritmo complessivo, come videochiamate, link, immagini, testi, video, audio, playlist, permettendo di lasciare un tempo di ascolto del corpo più nitido. Basta dare le spalle allo schermo per essere altrove.

A proposito del rapporto corpo-movimento-spazio. Ho notato il tuo interesse verso le espressioni del viso, la pelle, le modificazioni prodotte dai muscoli: puoi parlarmene in riferimento alla tua poetica?

La cosa che mi affascina del corpo, non solo quello umano, è il fatto che sia sempre riconoscibile un suo stato. E’ qualcosa che si percepisce al di là delle emozioni, che si mescolano ai pensieri, alla memoria, alle componenti fisiologiche, alla definizione di chi siamo, alla percezione dell’ambiente che ci circonda. Qualsiasi sia la combinazione di tutti questi fattori possiamo sempre riconoscerci un “essere”, uno stato di quel preciso momento che si mostra fuori dalla pelle che ci avvolge. E danzando, facendo pulsare i muscoli, agitando i pensieri, rivolgendo l’attenzione dentro e fuori dal nostro corpo, utilizzando ogni parte di noi come musicisti di un’orchestra, possiamo facilitare questo andare oltre la pelle, consegnando qualcosa di complesso ma onesto a chi ci guarda, o danza con noi o ci chiede che cosa abbiamo da offrire. Amo un corpo che danza quando si presta per dare corpo a qualcosa di incorporeo, come gli strumenti di un’orchestra si prestano alla musica. Anche il volto è parte di questa orchestra, ed è forse la parte più esposta del corpo assieme alle mani nel quotidiano (gel e mascherine ce lo ricordano). Per questo mi affascina anche ciò che accade alla testa, che siamo abituati a pensare come la sede rigida di un cervello astratto o come la tela espressiva della nostra comunicazione personale. E se invece entrasse più a fondo nel dialogo con tutto il resto? Se sapesse muovere molto più di questo? Anche nella danza questo ha una sua forza, anche un semplice cambio di sguardo coinvolge tutto il resto del corpo in un attimo, in profondità. Capita spesso di concentrare l’intensità, la volontà di esprimere qualcosa, spesso qualcosa che ci muove, in una singola parte del corpo; e se invece le lasciassimo pervadere tutto senza paura di farci male o di far male? Anche per questo sono affascinato dalla plasticità del corpo, dai corpi che rompono le regole, che sono fuori da una norma o su un suo limite, perchè non tutto ciò che ha un senso legittimo, una onestà e una generosità lo si può incontrare dentro ciò che impariamo a definire normale.

Vorrei concentrarmi adesso sui “livelli” e le “emozioni”. Durante il Laboratorio ti sei affidato più volte a questa “guida cartacea” per procedere nella ricerca con i ragazzi: da cosa è nata questa suggestione e quali orizzonti mira ad esplorare?

Durante il laboratorio abbiamo usato e trascritto parole e idee che arrivavano dai partecipanti. Le emozioni sono sicuramente uno dei soggetti di più intuitiva comprensione della mimica facciale. Partendo dalla contrazione e deformazione del viso siamo arrivati a nominare alcune possibili emozioni che avremmo potuto rappresentare con quelle espressioni. Lo scopo non era la costruzione di un codice espressivo univoco, ma piuttosto scoprire l’esperienza fisica dell’emozione possibile: il viso, come tutto il corpo ha una sua plasticità, e allo stesso modo si offre come strumento che si riadatta ogni volta a qualcosa di diverso. Ci è servito ad accorgerci che se ripetiamo le stesse “forme” non per forza proveremo le stesse sensazioni, e che il corpo continua ad informarci mentre siamo impegnati in questo. Che per quanto piccola o grande sia l’espressione, tutto il corpo è coinvolto, sempre, anche nella noia. E si fa sentire. Questo si lega a doppio filo con l’altro elemento che hai citato: abbiamo parlato più volte durante il laboratorio del limite, del portarsi al limite. Uno dei ragazzi ha descritto la sua percezione dell’esagerazione come una scala, su cui si sale e da cui è difficile scendere quando si arriva al limite, ed in risposta altri hanno detto che spesso c’è bisogno che siano altre persone a farti notare il limite, prima che tu possa far male o farti male. Da qui l’idea di una scala di intensità, come uno strumento durante le nostre danze selvagge, che va da 1 a 5. E’ un semplice strumento che viene usato in diverse pratiche della danza contemporanea, ma in questo caso ci serviva a provare a continuare a sentirci, a percepirci anche travolti da qualcosa di intenso, che ci muove o ci trascina. E’ una parte dell’esplorazione dell’eccesso, e della paura di eccedere, di andare oltre un limite o una regola, uno degli aspetti su cui ho lavorato per la creazione di BOB, la performance che ha dato il via a questo percorso.

Il tuo focus mira all’integrazione di linguaggi multidisciplinari: mi chiedo se, essendo tutti “connessi”, la situazione odierna possa potenziare la tua ricerca.

Non lo so, lo sto scoprendo. Oltre la danza, sia per i miei studi che per interesse ho sempre trovato molti stimoli da molte discipline diverse nell’ambito del teatro e dalle sue maestranze (light design, costume design, scenografia), dalla fotografia, dal cinema, dalla musica. Ma anche al di fuori come diversi ambiti scientifici, il design, le lingue, la storia dei luoghi e delle cose, il folklore e le tradizioni dei territori. Ciascuno di questi con la sua storia ha sviluppato linguaggi, conoscenze e pratiche. Ciascuno richiede tempo dedicato e a volte la rapidità di connessione digitale, questo tempo lo disperde. Forse anche per questo torno sempre al corpo, perchè resta imprescindibilmente con te, senza alternativa, mentre molto altro lo si perde più facilmente per strada. Forse questa multidisciplinarietà è un modo che mi permette di stratificare e organizzare le varie forme con cui trovo la bellezza in quello che mi tocca, mi muove e mi trasforma. Non so se questo periodo pandemico sia un trampolino di lancio per una trasformazione con meno paura di fare e farsi male e con più ascolto proprio e reciproco, ma è bello vedere che non sono l’unico a camminare in questa direzione. A prescindere dai media che si scelgono per un’opera artistica, è anche la capacità di scegliere di chi ne partecipa e fruisce che fa la differenza.

Come pensi possa cambiare la fruizione dello spettatore danza (dalla partecipazione a un Laboratorio come il tuo fino alla performance in diretta streaming)?

Anche questo è tutto da vedersi. In realtà moltissime persone già fruiscono della danza, o quantomeno di oggetti coreografici senza nemmeno rendersene conto, ad esempio attraverso video musicali, animazioni digitali, social media, pubblicità. E sicuramente tutti facciamo consumo di immagini di corpi, che spesso non sappiamo leggere e ci affidiamo al senso comune o a quello implicito nell’immagine. Uno dei motivi per cui nel laboratorio ho inserito piccoli giochi di visione di video musicali, senza audio, è proprio perchè non mi interessa che tutti aderiscano ad una disciplina coreutica, ma che piuttosto imparino a vedere, leggere, ascoltare, muoversi, sentirsi con consapevolezza e indipendenza. Perchè sempre più persone possano percepire quello stato dei corpi, uno stato di danza che appartiene a tutte le cose, come una partitura da vedere, ascoltare, percepire, agire. Forse quello che cambierà non è tanto il mezzo con cui condivideremo la danza in scena, ma cambieremo le domande con cui, danzando, andremo ad incontrare le persone. Che sia in un teatro, in un museo, al supermercato o alla riunione di famiglia. O in uno spazio digitale.

A volte basta bussare alla porta per essere invitati nel mondo di qualcuno diverso da noi.
Matteo Marchesi

Matteo Marchesi

A cura di:
Claudia Caleca

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