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23 Luglio 2021

Di amori e assenze. In viaggio al Festival Inequilibrio

di Angela Forti

Per chi ne ha piacere, da ascoltare durante la lettura

C’è un Cupido stanco e sconfitto, le ali bucate di chi ha volato troppo in alto, puntando al sole.
Il suo arco prende la mira e non colpisce, non sapendo più se le sue frecce saranno d’amore o di morte. Una cornice lo tiene fermo lì, oltre il tempo. Un set, qualcosa ancora da fare, un green screen sul quale infiniti luoghi e paesaggi potrebbero scorrere ma su cui non avviene nulla, e nulla si trasforma.” Voglio smettere lo spettacolo”, scrive Roberto Latini nei materiali di presentazione di Venere e Adone. Ma smettere non soltanto nel senso di un’opera aperta, che espone tutte le proprie possibilità. È anche un “dismettere”, un togliere pezzi, uno spogliare lento e sofferente. Come Cupido. Accostandosi a Shakespeare, che durante la peste, con i teatri chiusi, scelse di riscrivere con i propri versi la storia di Venere e Adone, così Fortebraccio Teatro rimette l’accento sulla bellezza e sulla morte. Sulla bellezza che tenta di cambiare il corso della sorte. Cosa sarebbe accaduto se Adone avesse scelto la bellezza? Adone per cui era troppo presto, che all’amore non credeva. L’arte ha il compito di sfidare il tempo e contenerlo, recita il dépliant. Come fece Canova: mentre Rubens, Tiziano, Lemoyne e Carracci rappresentano il tentativo di Venere di fermare Adone e tenerlo con sé o il momento straziante in cui Venere scopre il corpo inerme del giovane, Canova immortala un istante di dolcezza infinta, due sguardi d’amore che, in realtà, tra la dea e il mortale, non sono avvenuti mai.

Cos’è quel sorriso, quell’abbraccio? Forse è quello che Venere sogna, forse è quello che sarebbe accaduto se la storia non fosse finita così. Venere non solo non sopporta la morte di Adone: soprattutto non può sopportarne l’assenza. E quindi maledice Amore, lo confonde con la Morte e il dolore; e così dimentica la bellezza. E un’assenza abita lo spettacolo di Fortebraccio Teatro. È un’assenza silenziosa che avvolge Amore e il suo arco. L’assenza di qualcosa si percepisce soltanto nel momento in cui quel qualcosa si è amato davvero. Come Sergio, che c’è ma non c’è, che a volte va via. Come il teatro.

Girando per i luoghi di Armunia, tra uno spettacolo e l’altro, tra un incontro e l’altro, è proprio questo che si percepisce, ciò che è mancato. Forse non tanto gli spettacoli, i pensieri, le parole e i corpi. Forse di più il viaggio: la scoperta, l’incontro, il confronto. L’atmosfera rassicurante di quelle situazioni in cui, forse, si parla soltanto di teatro, ma se ne parla bene, senza essere aggressivi, mettendosi anche in dubbio. Ad Armunia si sente di aver ritrovato qualche cosa. Che forse, sicuramente anzi, non era ciò che si sapeva prima – e questo rende il viaggio ancora più affascinante. Armunia, che in questi mesi, dalle parole degli artisti che l’hanno abitata e dei direttori artistici che hanno tentato di immaginare questo tempo, è stato il luogo in cui ritrovarsi, di tranquillità e ricerca, di bellezza mentre fuori il mondo impazzava. Anche ad Armunia si parla di quello che sta sulla bocca di tutti: il tempo. Il tempo ritrovato. Il tempo della ricerca, della tranquillità, dell’esperimento e dell’errore. Quel tempo che ci eravamo scordati. Il tempo per sé stesso, il tempo che non è denaro e che non sai dove può portarti. Ad Armunia questo tempo si sente. La parte più bella di un Festival non è quella in cui si guardano gli spettacoli: è il momento subito dopo, in cui lo spettacolo ancora è vivo e continua in ognuno, ma in cui ci si trova a dividere un tavolo e ci si accorge che, anche per gli altri, qualcosa è accaduto, qualcosa non ha smesso di accadere in questo tempo, che non è stato un tempo sospeso, bensì trasformato. E ci chiediamo: sapremo ricordarcelo? E sembra così strano chiederselo, perché adesso è così chiaro, lampante, che quel tempo lì ci serve, come l’aria, che la bellezza forse sta lì, che viene da lì. E sembra assurdo, adesso, pensare di poterselo dimenticare. Può la bellezza cambiare il corso degli eventi? Opporsi a un destino già deciso?

Di assenza parla anche Francesca Sarteanesi in Sergio, in un luogo che si lascia invadere dai ricordi dello spettatore e che lei disegna con gesti sottili, con tutto quello che serve perché quella sia una poltrona, la poltrona che tengo in un angolo del soggiorno, che è bella, e sarebbe anche comoda, ma che non usa mai nessuno; che anche quella lampada è lei, è per forza lei, quella che tengo vicino alla scrivania; quella a piantana, vecchio stile, che fa una luce calda – per forza di cose. Anche Sergio non può che essere così. Così com’è nelle parole di lei, negli sguardi ora impazienti ora indecisi di lei, nelle risposte che non arrivano mai. Francesca è da sola in scena, ma non è sola, potremmo giurarci. L’assenza, infatti, genera possibilità e dubbi. L’assenza di prove rende impossibile andare oltre l’apparenza dei fatti e risolvere il caso. Ce lo spiegano Büchner e Claudio Morganti con Il caso W. E insieme ci dicono che, anche senza le prove, una posizione va presa. Sulla base di cosa? Delle nostre credenze, di ciò che abbiamo esperito? Ci basta?

A questo punto, più o meno, per chi ha deciso di ascoltarla, dovrebbe essere terminata la Sarabanda di Händel, quella per cui, nel Rinaldo, Giacomo Rossi scrisse quel lascia ch’io pianga,/mia cruda sorte/e che sospiri/la libertà che Cupido non smette di ripetere nella cornice vuota del Venere e Adone.  Di questi tempi mi capita spesso di chiedermi se il fatto di aver fatto teatro, di saper fare teatro ci basti per continuare a fare teatro. Che non siamo come prima ce ne accorgiamo da soli, non serve discutere. Forse c’è bisogno di rinnovarsi. Forse c’è bisogno di ritrovare qualcosa di perso, di tornare un po’ indietro. Chissà?
Il progresso non è lineare. L’evoluzione non è lineare. Giuliano Scabia ce lo lascia come monito nel suo ultimo libro, Strada e sentiero verso il Paradiso. Il punto di arrivo è l’ignoto. La costruzione segue sentieri imprevisti, ascende prendendo consapevolezza nel proprio formarsi. Solo quando si arriva in fondo, forse, si può davvero raccontare la strada compiuta. Verso il Paradiso, quindi. Verso il prossimo gradino.

A cura di:
Redazione Armunia

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