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1 Settembre 2021

Quando i ghepardi giocano con il Lego

di Elisabetta Cosci

Quattro anni fa a Castello Pasquini di Castiglioncello, avevano fatto la loro prima residenza artistica per mettere in scena La fanciulla con la cesta di fruttaThe Ghepards, sono tornati, ancora ospiti di Armunia, questa volta nella foresteria di Rosignano Marittimo, e soprattutto al Teatro Nardini dove lavorano ininterrottamente, dalla mattina alla sera, alla creazione della loro nuova produzione. Lego blu, è il titolo provvisorio che sicuramente cambierà e si evolverà a seconda di quello che diventerà questo spettacolo. “Abbiamo chiesto ad Armunia la possibilità di tornare a lavorare qui, perché l’esperienza che ci mette a disposizione è immersiva, totale, possiamo lavorare 24 ore su 24 e abbiamo uno spazio teatrale dove lavorare, tutto ciò è fondamentale in questa fase iniziale della creazione” Francesco Colombo, drammaturgo e regista della compagnia, ci accoglie all’ingresso del Teatro e ci racconta l’dea sulla quale sta lavorando, che è la storia di un piccolo mattoncino di lego blu escluso dalla sua comunità in seguito ad un incidente che l’ha reso “inutile”. L’amore per la lego verde e il desiderio di congiungersi con lei, in un incastro perfetto, sarà il solo obiettivo che guiderà il suo viaggio, un’odissea che lo porterà a scoprire la sua storia e trovare il suo posto nel mondo. Alla formazione originale che avevamo incontrato ad Armunia nel 2018 e composta dal regista e drammaturgo Francesco Colombo con gli attori Marco Celli e Michele Ragno, si è aggiunta la danzatrice Rosa (Rossella) Dicuonzo. La compagnia nasce nel 2016 e i suoi componenti si sono incontrati all’Accademia Silvio D’Amico. Il perché della scelta del nome è presto spiegato: ghepard è la traduzione maccheronica, volutamente errata di ghepardo, che in inglese, in realtà, si chiama cheetah. “Tutti sanno che il ghepardo è l’animale più veloce del mondo -racconta Colombo- non tutti sanno però che il ghepardo ha un minutaggio che non deve superare per catturare la sua preda, se non riesce a prendere la preda in quel tot di minuti, gli si surriscalda il cervello e il ghepardo rimane imbambolato, inizia a rallentare e a non capire più niente. “Sghepardare” è diventato un modo di dire ed è quello che spesso accade agli attori che lavorano con me (nel frattempo siamo entrati in teatro dove gli altri della compagnia alla battuta ridono). Si spengono le luci e inizia questa breve restituzione, circa 20 minuti, per farci vedere quello che è l’embrione della loro creazione. Al termine avremo modo di intervistarli e capire meglio come si evolverà il loro percorso.

Come è nata l’idea di usare il LEGO, i mattoncini assemblabili, conosciuti e venduti in tutto il mondo, creati dall’azienda danese, produttrice di giocattoli?

F.Colombo: Una sera, durante i lunghi giorni del lockdown, ero allo scrittoio a cercare di lavorare e mettere in ordine i miei pensieri. Di fronte alla mia postazione di lavoro c’è un angolo dove di solito gioca mio figlio che ha un anno e mezzo. Tutti i suoi giochi erano riposti in ordine nelle ceste, ma la mia attenzione è stata attirata da un piccolo mattoncino blu della Lego a 4 pirolini, distaccato dal contenitore dove erano raccolti gli altri mattoncini. Vederlo lì da solo, lontano dai suoi simili mi ha rattristato e mi ha fatto pensare che anch’io in quel momento ero come quel lego blu, isolato, solo, slegato, non attaccato al gruppo, lontano dai miei amici. Tutti in quel momento eravamo dei piccoli pezzi di lego blu.  E così ho iniziato a immaginare la storia di quel piccolo lego blu abbandonato, mordicchiato dal cane e quindi non più funzionale a quello che doveva servire. Ho immaginato un bambino che lo prendeva e lo lanciava in giardino. Però il lego blu vuole tornare nella comunità perché è innamorato della lego verde, che a sua volta però è “attaccata” al Lego giallo.

Mi viene da pensare che il colore verde e quello giallo, mescolati creano il blu. C’entra qualcosa la scelta dei tre colori e la loro combinazione o è casuale?

F.C. In effetti ho iniziato anche a indagare sui colori, sui colori primari e secondari sui primari che sono i ricchi e i secondari no. Poi sulle combinazioni dei colori. E quindi ho pensato che per esempio, anche il giallo poteva scappare dalla comunità perché non vuole farne parte, vuole essere libero, però ancora non so se svilupperò quest’idea o meno, comunque il giallo dirà al lego blu che non è vero che loro sono nati da mamma e papà, ma sono stati stampati. Insomma le direzioni che potrebbe prendere il racconto sono tante.

Pensate a questo lavoro come uno spettacolo per bambini?

Per noi sarebbe bello che diventasse uno spettacolo per persone da 0 a 100 anni, il massimo per noi sarebbe che diventasse uno spettacolo che i grandi riescono a vedere con gli occhi dei bambini e i bambini con i loro occhi. Con il lego ci sono mille direzioni di temi che lo spettacolo può prendere, essere uniti, staccarsi, attaccarsi, fare parte di una costruzione. Il nome LEGO venne ideato nel 1934 dall’unione delle parole danesi “leg godt” che significa “gioca bene”, invita quindi i bambini a costruire insieme.”

Avete un testo già pronto su cui state lavorando o è ancora tutto da costruire?

C’è una sorta di primo atto, come se fosse una bussola che ci sta indirizzando nelle varie possibilità. Stiamo affrontando diversi temi quali l’uguaglianza, i colori primari e quelli secondari, i primari che sono i colori ricchi e i secondari no, il tema di costruire e distruggere, stare in un gruppo e in quale modo o decidere di non starci proprio. In questa prima parte il lego blu vuole tornare nella sua comunità perché è innamorato della lego verde, invece al lego giallo non interessa stare nella sua comunità, non interessa essere parte di una costruzione. Poi c’è la lego verde che invece è innamorata del giallo, si ritrova con gli altri due dopo che un uragano li ha scaraventati in giardino, qui capiranno l’importanza dello stare insieme. L’uragano ha sconvolto la loro comunità e i tre insieme la salveranno e faranno parte della ricostruzione finale. Questa è una delle possibilità. Con i colori possiamo andare nella direzione del razzismo, dell’appartenenza… “Lego blu”è un mattoncino-individuo che fatica a riconoscersi nella sua comunità che è un insieme difficile, alienato e non inclusivo. Gli attori-lego si muoveranno in un’atmosfera fiabesca, raccontando la storia fra danza e parola.

Quindi insomma tutte le porte sono aperte e il lavoro è ancora tutto da costruire?

Le direzioni possono essere tante, la metafora del Lego è comunque quella che il mattoncino non ha senso se è solitario, in quanto serve sempre a costruire qualcosa.

Sarà quindi una scrittura collettiva quella che porterete avanti?

F.C. Fino ad oggi ho sempre scritto i testi da solo. Io sono arrivato qui con questo primo atto, poi con gli attori abbiamo quindi iniziato a lavorare sul movimento, per la prima volta nel gruppo è entrata una danzatrice, che ha avuto esperienze in Germania con la compagnia di Pina Bausch e con la compagnia di Sasha Waltz, quindi in questa prima fase del lavoro ci siamo concentrati soprattutto sull’esplorazione, cercando di raccordarci sul registro dei movimenti, dei gesti. In questi giorni di lavoro abbiamo pensato come muovere le pedine e quale racconto scegliere, oltre la storia iniziale dei tre leghi. Siamo d’accordo sul fatto che l’unione e l’incastro deve essere il fulcro di questa storia, oltre al fatto che al lego blu manca un pirulino e non è più totalmente funzionale per cui la sua posizione sarà sulla vetta della torre che costruiranno con gli altri mattoncini e qui si apre anche l’ulteriore tema della disabilità che diventa valore aggiunto.

Interessante la ricerca che state facendo anche sulle musiche…

M.C. La musica l’abbiamo scelta durante le improvvisazioni. Abbiamo scelto musiche che avessero percussioni abbastanza serrate, che ci riportassero al mondo dei mattoncini, al loro cadere, rotolare. Abbiamo cercato anche suoni, rumori di fabbriche, stiamo cercando ritmi e tutto ciò l’abbiamo trovato soprattutto nella sonorità africana, con le parole che per noi sono incomprensibili, ma che sono invece molto colorate, abbiamo pensato che quella potesse essere la lingua parlata dai lego.

Mentre la nostra chiacchierata volge al termine, Valeria e Katia che si occupano per Armunia dell’ospitalità e che hanno assistito in sala a questa prima prova degli artisti che accudiscono durante il periodo di residenza, escono rispettosamente in silenzio, per non interromperci salutano con la mano, accennando un gesto di scusa: sono le 19,30 e devono tornare al lavoro, è quasi ora di cena e devono preparare il cibo per loro.

F.C. Lo devi scrivere che Armunia rispetto alle altre residenze vince di distacco anche grazie a loro (Francesco le indica mentre sono già sulla porta), quando finisci di lavorare, dopo una giornata di prova, magari sei triste perché non sei riuscito a concludere come avresti voluto, torni su e invece della pizzetta surgelata e riscaldata trovi Valeria e Katia che hanno apparecchiato la tavola e hanno cucinato per te e ti fanno anche trovare le torte fatte in casa. Loro ti coccolano, dal primo all’ultimo giorno, ti risolvono i problemi e gli artisti possono avere tutto il tempo per creare e lavorare in tranquillità, 24 ore al giorno. Ti sembra poco?

A cura di:
Elisabetta Cosci

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