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21 Gennaio 2022

La pena e la colpa. Sul Woyzeck! di Russo/Alù

di Enrico Piergiacomi 

Woyzeck accoltella la moglie Marie sotto una luna rosso sangue. In questa semplicissima frase, che racchiude l’evento principale del Woyzeck di Georg Büchner e di tutte le sue successive riscritture, si annida un enigma che aspetta ancora di essere risolto. La forma dell’atto di Woyzeck è limpida e cristallina, ma proprio questo suo nitore acceca la mente e la getta in una tenebra dove è molto difficile ragionare. Si ignora, infatti, il movimento e il significato dell’omicidio che consentirebbero di sciogliere la matassa misteriosa, di individuare il primo anello esplicativo della catena delle cause che termina in tragedia.

Woyzeck! di Letizia Russo è stato messo di recente in scena da Carmelo Alù e intensifica questa tenebra, o – per continuare a giocare con il paradosso da cui si è partiti – accende una luce che acceca, invece di rischiarare. Il buon senso vuole, dopo tutto, che il modo più diretto per decifrare l’enigma è studiare la mente e la storia di Woyzeck: forse così si scoprirà che egli è folle, forse che ha agito per gelosia, forse che ha compiuto un’inconscia vendetta contro una società opprimente che lo ha gettato nella miseria materiale e culturale. Eppure, precipitando nel vortice di questa nuova riscrittura scenica, se ne esce più ottenebrati di prima.

La scena di Russo/Alù è attraversata dal fantasma di Woyzeck, che recita davanti al pubblico un monologo in cui ripercorre la sua storia e l’incontro con gli uomini che hanno avuto un qualche ruolo nel dramma che ha portato all’omicidio. L’opera comincia dove finiva non il testo originale di Büchner, ma con l’ipotesi del suicidio del personaggio nello stagno vicino al cadavere di Marie, aggiunta dal Wozzeck di Alban Berg e dal Woyzeck di Herzog. Il Woyzeck di Russo/Alù riemerge dall’acqua, o dalla morte in cui credeva di trovare pace, e si rivolge a un’entità grammaticalmente indefinibile: un miscuglio della seconda persona singolare e plurale (“tu siete”, “voi mi ricomincerai a chiedere e parlare”, ecc.). Si scoprirà poco alla volta che l’interlocutore del monologo consiste nelle voci dei personaggi che Woyzeck ha incontrato in vita e che gli chiedono di rendere conto delle sue azioni. Esse costituiscono un gruppo compatto e omogeneo, il che spiega l’uso del “tu”. Al contempo, ciascuna voce mantiene la propria identità (c’è il tamburmaggiore, il capitano, il dottore, la stessa Marie), per cui si ricorre anche al “voi”. Pare trovarsi di fronte a un’entità simile alla folla demoniaca che prende possesso dell’indemoniato dei Vangeli e che risponde così a Gesù che chiede ai demoni di identificarsi: «Il mio nome è legione, perché noi siamo tanti».

Se l’accostamento evangelico è plausibile, allora la scena diventa il quadrato magico di un caso di possessione. Le quattro voci entrano a turno nel corpo di Woyzeck e gli fanno ripetere il momento in cui è avvenuto l’incontro più importante della loro vita: quello in cui si dovrebbe in teoria capire qualcosa di più sul suo omicidio. Accade, per esempio, che il medico si impossessi di lui e rievochi il momento in cui gli diagnosticò una parziale infermità mentale, insinuando così il dubbio che il fattore scatenante del dramma sia stato la perdita della ragione pura. In pratica, però, questo e altri tentativi non spiegano se non in minima parte l’omicidio, al massimo identificano le concause e non la causa prima. Woyzeck stesso dichiara, infatti, di ignorare non solo perché ha ucciso Marie, ma anche che cosa ha fatto di preciso. A livello sia linguistico che concettuale, del resto, possiamo solo sapere che ha compiuto un omicidio. Ignoriamo, invece, se tale gesto sia stato in sé volontario o involontario, sano o folle, premeditato o improvviso. In un eventuale processo, tali fattori sarebbero indizi utili a capire la colpa dell’imputato e quale sia la pena che merita. Ora, Woyzeck – l’unico che dovrebbe sapere quale sia stata l’intenzione che ha animato l’omicidio, lo spirito che sta dietro alla forma – ignora l’una e l’altra cosa. E lo confessa col tono innocente di un bambino impaurito che non ha gli strumenti necessari per comprendere ciò che è più grande di lui.

Le voci conoscono, d’altro canto, quale sia la pena che merita Woyzeck. A loro volta, però, non sanno di che colpa si è macchiato con precisione, aggiungendo che in ogni caso tale agnizione non cambierà il fato dell’uomo. Questo modo di impostare la questione sembra essere contraddittoria. Come si può infatti sapere la pena ignorando la colpa? Il contrario suonerebbe meno strano. Posso ignorare quale pena meriti un colpevole, magari perché sono tutt’ora in cerca di attenuanti e/o aggravanti. Non posso invece apparentemente sapere se la pena che ho deciso sia congrua alla colpa: potrei dare una penalità maggiore o minore rispetto a quella che l’imputato effettivamente richiede. Un’opportuna analisi dialettica potrà forse aiutare a ridimensionare la stranezza e a comprendere meglio la prospettiva delle voci che echeggiano dentro Woyzeck.

La colpa si divide in due specie: quella definita e quella intuita. Alla prima si arriva tramite ragione e linguaggio, che permettono di dire con sicurezza l’errore che è stato commesso e la relativa pena. La colpa intuita si basa, invece, sulla percezione oscura e confusa. Si sente che qualcuno ha commesso qualcosa di sbagliato, quindi che una pena deve scattare immediatamente, e tuttavia la mancanza di chiarezza sull’evento non permette di andare oltre a un giudizio morale-giuridico molto parziale. Nel caso di Woyzeck, dunque, forse ci troviamo di fronte a una pena che deriva da una colpa intuita. Di certo, nessuno direbbe che l’omicidio di Woyzeck deve passare illeso, o che egli è del tutto innocente, perché anche la follia o l’aver agito inconsciamente contro la società lo rendono colpevole almeno per aver assecondato tali pulsioni di morte. Il problema che resta aperto è se tali forze potevano essere controllate in tutto o in parte, così come se egli sia forse innocente sotto tale rispetto, ma non su altri, come ad esempio per quel che riguarda la passione della gelosia per il Tamburmaggiore che ha sedotto Marie. La tragedia di Woyzeck (almeno per Russo/Alù) è un dipinto in chiaroscuro, dove si intravede solo una parte microscopica della realtà.

Resta ovviamente da capire quale sia la pena certa a cui il personaggio viene destinato dalle voci di dentro. Woyzeck dice di ignorare anche questa, ma forse essa va identificata con la sua ignoranza e la ripetizione eterna del suo interrogare. Woyzeck! finisce infatti con l’inizio: ripete il suicidio per affogamento, risorge e ricomincia «daccapo» il suo arrovellarsi. Se dunque l’uomo è colpevole, non lo è tanto (o solo) per l’omicidio, ma per aver agito passivamente e con inconsapevolezza. In ogni caso, il caso di Woyzeck rimane, per così dire, un enigma senza una sfinge che ci dia una risposta corretta, o spieghi a quale tragedia abbiamo assistito.

 

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Woyzeck!

di Letizia Russo

regia Carmelo Alù

partitura fisica Chiara Taviani

scene e costumi Marta Montevecchi

luci Marco D’Amelio

musiche Francesco Leineri

voce Serena Lo Curzio

direzione di produzione Alessia Esposito

organizzazione Elisa Pescitelli

 

con Marco Quaglia

una coproduzione 369gradi e Compagnia dell’Accademia

con il sostegno di ARTEFICI.ResidenzeCreativeFvg di ArtistiAssociati, Periferie Artistiche – Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Teatro del Lido, Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)

 

Visto al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, il 12 dicembre 2021

A cura di:
Elisabetta Cosci

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