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15 Settembre 2022

Una coreografia è un atto potenzialmente politico!

di Rita Frongia

Pensieri ai margini della residenza di Bermudas con sette danzatori della Seoul Institute of Arts, sotto la direzione gentile e punk di Michele Di Stefano.

Un’opera ha il dovere di diffondere principi morali?  

Sembra poca cosa la bellezza di fronte alla bontà?

Se quel che conta è la bontà dell’opera, forse non ci interessa più che sia bella o brutta? Abbiamo smesso di chiedere il piacere all’arte perché la pensiamo destinata a combattere l’infelicità del mondo? (Walter Siti, Contro l’impegno).

La forma (nell’arte) non è un’arma che uccide il male, non ribalta la realtà, è semplicemente (si fa per dire, nulla è semplice) uno strumento di conoscenza, un contenuto tanto più prezioso quanto più inaspettato.  

L’inaspettato/L’inatteso

Una coreografia riguarda il modo in cui le persone respirano e si muovono insieme nello spazio, il modo in cui organizzano il tempo. Una coreografia è un atto potenzialmente politico.

Il sistema coreografico ideato da Michele Di Stefano è stupefacente perché realmente realizza nella pratica ciò che dichiara, dimostra concretamente che una gestione collettiva e autonoma dello spazio e del tempo può generare bellezza e, nel caso di Bermudas, questa bellezza assume la forma della gioia. Parlo del sentimento della gioia, non della sua rappresentazione.
Bermudas è un atto potenzialmente contagioso, tipo che senti il cuore che si allarga e il sedere si stacca dalla sedia e Fatemi giocare con voi, anche io voglio stare fra i corpi, nella ricerca delle giuste distanze, nell’intuizione dei ritmi interni, stare in un quest’opera che si rivela nel suo farsi.

Ho desiderato entrare nell’azione, sperimentare i loro taciti accordi nel generare gioia ma sgambettare ballettando fra chi danza, non mi è sembrata invero una cosa bella. Ho confidato nei miei neuroni a specchio in piena azione.

Come nasce questa gioia?
Nasce dall’inatteso, da combinazioni esatte ma imprevedibili.

L’inatteso arriva all’improvviso, è come un vento che spalanca una finestra e porta nuova aria nell’aria. L’inatteso è sì imprevedibile ma non sgradito, non piomberà mai nel momento sbagliato semplicemente perché l’inatteso non ha mai un momento sbagliato. L’inatteso è ciò che dovrebbe accadere, il fantasma evocato che finalmente si manifesta, è il fatto, è l’evento, è -soprattutto- qualcosa che prima non c’era e mai più ci sarà.
(Una cosa bella dell’inaspettato è che appena accade si ha come l’impressione che lo si desiderasse da tempo, è l’ospite più atteso).

Se un funambolo non rischiasse di cadere noi non terremmo gli occhi al cielo per seguire ogni suo movimento, ecco, in Bermudas è l’allerta dei danzatori a generare suspence, devono scegliere (negli istanti e senza mettersi d’accordo in precedenza) quando e in quanti irrompere sulla scena.
È un gioco che non prevede tentennamenti, ci vuole istinto, audacia, lucidità e generosità. La posta in palio è la possibilità dell’inedito.

Il gioco ideato da Di Stefano è limpido e articolato e, come ogni gioco che si rispetti, ha regole chiare e ferree. Il sistema coreografico crea le condizioni perché accadano imprevedibili combinazioni esatte.
E quando i puntini si uniscono, accade l’inaspettato, l’inatteso.
Accade la gioia.
Anche la gioia è un atto potenzialmente politico.

P.S.
Cose che paiono marginali ma non lo sono: mi hanno regalato delle sigarette coreane che se premi una bollicina nascosta nel filtro parte l’aroma al mentolo o al mohito, è come bere un deodorante ma bello perché le ho fumate con i danzatori coreani, in leggerezza, tra bocconi d’inglese e facendoci gesti che risultavano oscuri nonostante la luna piena. I caffè shakerati in buona compagnia.
La lingua coreana che dice spesso oh e il corpo che si concentra in quell’oh, le tante sfumature e durate di un oh, un oh sempre sorprendentemente chiaro, a differenza dei gesti che talvolta confondono.
Infine, ultima ma non ultima, sempre sia lodata Valeria Lottini.
Per chi non ha avuto il piacere di conoscerla, Valeria è cuoca per Armunia, è sempre pronta al riso e disposta all’ascolto di afflizioni e gioie.
Sia chiaro, nessuna santità, solo rara umanità.

A cura di:
Rita Frongia

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